Recensione a cura di Nadia Bonvino
Repubblica si fa per dire. Alaa Al-Aswani, scrittore egiziano, 2018. Dar al-Adab, Beirut.
519 pagine irresistibili, appassionate, magnetiche, vive e colorate come la Rivoluzione egiziana di cui parlano, direttamente riferite dalla viva voce dei protagonisti. Ma pagina dopo pagina i colori si sbiadiscono, la speranza si affievolisce, il sogno diventa incubo. La Rivoluzione diventa il Complotto, il Patriottismo diventa menzogna e revisionismo, la Resistenza diviene il nemico da combattere per mezzo di torture, umiliazioni, violenze senza fine. Il tutto sapientemente accompagnato da un cocktail velenoso di ipocrisia, doppiezza, perbenismo, conformismo, bigottismo e falsità, che conferisce alle vicende rivoluzionarie il sapore amaro della sconfitta.
Bi e tri-frontismo nelle alleanze dietro le quinte, doppie vite fatte di tenerezza nei rapporti familiari e violenze al di fuori della soglia di casa, perbenismo e osservanza religiosa garantiti e protetti da pornografia, da matrimoni-prostituzione, da studiosi religiosi che troppo somigliano a uomini d’affari.
Una distopia? Purtroppo non lo è. Volti, slogan, vicende e voci sono riconoscibili, mentre le responsabilità sono chiaramente attribuite al sistema politico egiziano e ai suoi due eserciti: i media e le forze armate. La Rivoluzione del 2011 non ha cambiato nulla. Il sistema è lo stesso di prima.
Non c’è da stupirsi se Repubblica si fa per dire, il quinto romanzo di Alaa Al-Aswani, è stato censurato ed è introvabile in Egitto mentre il giornalista scrittore è oggi costretto a twittare in tutto il mondo per difendersi quando viene bloccato e controllato in aeroporto al Cairo, protetto solo dalla sua popolarità internazionale. I suoi articoli, nel frattempo, sono scomparsi dalla stampa egiziana.
Presto arriverà una traduzione italiana. Imperdibile.
