Taim è sdraiato su un letto di ospedale, in coma; accanto a lui la madre prega, come tutte le madri del mondo, perché il figlio si risvegli. Nessuno sa cosa gli sia successo veramente, in realtà il ragazzo è stato brutalmente picchiato dopo aver attraversato uno dei numerosi check point che frazionano Damasco. Dal suo sonno profondo, il giovane osserva tutti i parenti che si recano a fargli visita e, mescolando la loro voce con la propria, racconta la storia dei cambiamenti che hanno subito la sua vita e il suo paese. Colpisce per coraggio e chiarezza Mentre aspettavo, la nuova opera del giovane regista siriano Omar Abusaada, che dopo il debutto al Napoli Teatro Festival (che lo coproduce insieme ad altri soggetti internazionali) sarà ospite del Festival di Avignone. Un testo e una messa in scena che colpiscono perché nascono dalla verità vissuta degli autori, sintetizzata in un’ora e quaranta di serrati dialoghi in arabo (sottotitolati in italiano), drammatici e beffardi al tempo stesso, e sostenuta da un cast di attori di livello. I fatti si svolgono in Siria, nell’arco di un anno, a partire dal gennaio 2015. «Il lavoro nasce da una storia vera, dove purtroppo il giovane morì», racconta ad Avvenire Abusaada, per la prima volta in Italia. Per costruire questo lavoro sull’«onnipresenza dell’assenza», il regista ha incontrato famiglie che vivono il dramma del coma. «Una madre che aveva il figlio in coma da cinque anni mi ha detto: e se si svegliasse adesso, come glielo spiegherei quello che è successo in Siria?».
Insieme all’autore Mohammad Al Attar, il regista ha immaginato lo stato comatoso del protagonista come metafora dello stato in cui si trova il suo Paese «né vivo né morto, ma in una zona grigia di speranza e disperazione », spiega Abusaada, aria pacata e occhiali da intellettuale, nel foyer del Teatro Bellini di Napoli. Terminati gli studi all’Istituto superiore di Arte drammatica di Damasco, inizia ad interessarsi alla regia teatrale in una prospettiva impegnata. Nel 2002 fonda lo Studio Théâtre lavorando anche con un gruppo di detenuti. Per anni ha viaggiato nelle zone più sperdute di Siria, Egitto e Yemen portando i suoi spettacoli in piccoli paesi e utilizzando il teatro come strumento di dialogo con gli abitanti. Dedicandosi alla formula originale del teatro-documentario, «perché io voglio vivere con le comunità e sostenere gli oppressi» aggiunge. Ora si continua lavorando con i rifugiati nei campi in Egitto e in Libano, un progetto partito nel 2014 facendo recitare l’Antigonea Beirut alle donne rifugiate. «Ma Mentre aspettavo è teatro nel senso vero del termine», aggiunge il drammaturgo Al Attar con i suoi occhi scurissimi, induriti da chissà quante sofferenze. «Vivo a Berlino, perché in Siria non ci posso tornare», si limita a dire. Aggiungendo, severo: «In Germania va meglio che in altre nazioni, ma l’Europa non fa abbastanza, non sentiamo solidarietà intorno a noi, chi scappa non lo fa per andare in vacanza. I rifugiati vengono visti come “la crisi”, mentre la crisi sta nei nostri Paesi d’origine, e loro scappano da quello. La gente che qui ha diritto di voto dovrebbe fare pressione sui politici perché intervengano».
Abusaada invece ha scelto di resistere a Damasco. «Tutti i miei parenti si sono trasferiti in Egitto, tutti i miei amici sono rifugiati all’estero. È una catastrofe umanitaria – aggiunge con un sospiro –. Io vivo in una zona relativamente sicura di Damasco. Però dal 2011 non posso mettere in scena le mie opere e lavoro soprattutto all’estero». Le Primavere arabe, Omar e Mohamed le hanno vissute in prima fila, con entusiasmo prima e delusione, poi, pagandone direttamente le conseguenze. «All’inizio la rivoluzione siriana era un’altra cosa, e non sappiamo bene neanche noi perché siamo arrivati a questo punto – dicono all’unisono – . La soluzione c’è ma non è nelle mani dei siriani, solo in un intervento internazionale nella regione».
E proprio in Mentre aspettavo i due autori cercano di rimettere in fila i fatti per cercare un senso in tanta confusione. L’anima di Taim (l’efficace Mohamad Al Refai) è sospesa anche fisicamente, sopra una struttura di metallo dal quale osserva il mondo. Accanto a lui un’altra anima, quella dell’amico Omar, arrestato dai servizi segreti, che racconta torture e abusi nella prigione di Seidnaya, meglio nota come “tomba rossa”, che l’hanno ridotto in fin di vita. Il loro racconto scorre parallelo, ironico e anarchico, mentre il mondo di sotto si affanna a cercare un perché. I due hanno fatto scelte opposte durante le Primavere arabe: Taim ha lottato senza armi, se non quelle delle immagini che stava raccogliendo in un film denuncia (e che scorrono forti in scena, bombardamenti, sparatorie sui civili durante i funerali), Omar invece si è lasciato affascinare dal Daesh, da giovani “forti e senza paura” che sostenevano di voler ristabilire la giustizia per poi rivelarsi uguali, se non peggiori, degli uomini del regime di Assad. La disillusione è forte, le parole contro la follia fondamentalista durissime. Sotto un via vai di parenti e amici nella stanza d’ospedale, dove alla tragedia in corso, si aggiungono i nodi non risolti dello scandalo della morte del padre, intrecciando dramma borghese alla denuncia politica. La madre è tornata a indossare il velo dopo essere rimasta vedova, contestata dalla figlia Nada, giornalista che ha preferito mollare tutto e trasferirsi a Beirut. Accanto a loro la fidanzata di Taim, Salma, che lavora per l’Acnur e che non lesina critiche alle ong, e il simpatico amico Osama, un musicista quarantenne ricercato dai servizi segreti. Attori credibilissimi e una drammaturgia vivace che ci dipinge una (per noi) sorprendente Siria laica, moderna, colta (i protagonisti della pièce sono tutti laureati) con abitudini molto simili alle nostre. «Noi raccontiamo storie di gente normale – concludono gli autori –. Perché il teatro lascia tracce profonde e costruisce ponti».
