Di Chiara Maria Lévêque
Ala al-Aswani ci accompagna in un lungo viaggio all’interno dell’animo umano e dei suoi istinti, nella cornice di un Cairo brulicante di energia, dove la vita non ha sempre dignità – soprattutto per chi proviene dall’Alto Egitto e dalla Nubia – e dove la lotta per guadagnarla prende a volte i tratti del bieco compromesso, dell’eversione politica, ma anche della lealtà.
Il libro narra le contraddizioni della fine Anni Quaranta attraverso un luogo simbolo, il Cairo Automobile Club, punto di ritrovo dell’aristocrazia egiziana e della diplomazia britannica e occidentale, e l’epopea della famiglia di ‘Abdelaziz che, caduta in disgrazia a causa della sua eccessiva generosità, è costretta a emigrare in città in cerca di lavoro.
È necessario un piccolo sforzo iniziale per procedere con fluidità nella lettura, superando l’artifizio letterario del primo capitolo, tuffandosi nella vita di Karl Benz, l’inventore dell’automobile, per poi riemergere nei saloni del Cairo Automobile Club.
Non sarà facile per i figli di ‘Abdelaziz trovare il loro posto nella vita: se da un lato Saliha è messa all’indice dalla scuola a causa dell’insolvenza della retta e si districa tra le costose richieste delle insegnanti: – “Saliha”, ha urlato, “vieni qui!” Sono andata. Mi ha fatto un cenno perché le andassi più vicino. Ha squadrato le mie ballerine e ha detto: “Ma sono pitturate?” -, per Mahmud “ricevere troppe informazioni troppo in fretta era un vero problema, visto che era un po’ tardo”.
Le esistenze che ruotano attorno al Club si intrecciano dando vita ad una continua concatenazione di eventi e così, mentre il colera si diffonde tra i dipendenti, la bella inglese Mitzie e Kamel, altro figlio di ‘Abdelaziz, diligente e sovversivo, hanno il tempo di innamorarsi sfuggendo al perverso volere di James Wright, padre della ragazza e direttore del Club, la cui massima ambizione è quella di gettare sua figlia tra le braccia del re, libertino e depravato, che trascorre intere serate al tavolo d’azzardo del Club.
Al Cairo Automobile Club, l’ordine è governato dal Kao: “il camerlengo del re, l’addetto al suo guardaroba, l’uomo che lo aiutava a vestirsi e a spogliarsi, il maggiordomo più influente di palazzo, il più anziano in servizio e il più vicino al suo cuore” che, accompagnato dal perfido Hamid, non perde occasione per umiliare e malmenare i poveri dipendenti. Il viaggio all’interno delle mille sfaccettature dell’animo umano ci conduce a indagare gli istinti di chi da un lato tenta di ribellarsi ai soprusi e di chi dall’altro tenta di giustificarli, di dare loro un senso per rendere più accettabile la frustrazione: “Perché il Kao ci fa picchiare?” chiede qualcuno. “Il Kao è come se fosse nostro padre” è la risentita risposta. Le giornate scorrono sempre uguali a se stesse al Club così come in Capitale, eppure qualche cosa sta cambiando. Timidi accenni di ribellione percorrono l’uno e l’altra ricamando nell’aria l’abolizione delle pene corporali e la caduta del re e preludendo alla rivoluzione.
È un Egitto caotico quello che ci viene presentato, dove tradizione e modernità faticano a procedere di pari passo, dove il razzismo è ancora imperante e dove i legami di sangue, di amicizia e vicinato sono la spina dorsale del tessuto societario.Un libro ricco e denso, a tratti eccessivo, sicuramente non banale.
