a cura di Margherita Di Vilio
Mona Mohanna è nata a Khiam, nel Sud del Libano. Nel 1989 si è trasferita a Reggio Emilia dove si è iscritta ad un corso per stilisti e ha mosso i primi passi nel mondo della moda. Ora si è messa in proprio e ha fondato un suo marchio, vive a Milano, che della moda è la capitale, e le sue collezioni, i suoi accessori sono venduti attraverso una rete di 120 negozi.
Sei venuta in Italia per inseguire il tuo sogno di realizzarti nel mondo della moda. Puoi parlarci del tuo arrivo?
Sono arrivata in Italia il 1° agosto ’89, mentre a Beirut c’era la guerra, dopo un viaggio durato due giorni. Sono dovuta partire dall’aeroporto della Giordania perché quello di Beirut era chiuso. Il primo impatto è stato forte: vedevo la gente che progettava viaggi, prenotava un ristorante per un matrimonio per l’anno dopo, questo per me era sconvolgente: noi al massimo progettavamo per il giorno dopo. Ricordo che correvo sempre a stirare tutto, a pensarci fa ridere ma nell’inconscio temevo che la corrente potesse mancare da un momento all’altro, perché a Beirut facevamo così: quando tornava la corrente tutti correvamo a fare le lavatrici, a stirare, a fare tutte le cose per le quali è indispensabile l’elettricità. Inoltre vedere tutte le macchine pulite, nuove, a Beirut in quel periodo il 50 % delle macchine erano bucate e senza vetro! Però ho avuto un’ottima accoglienza, e ho fatto presto delle belle amicizie.
Come è stato l’impatto con il mondo dello studio prima, e del lavoro poi?
Alla scuola dove mi ero iscritta, a Reggio Emilia, erano tutti come una famiglia ed io, nonostante avessi due pomeriggi liberi a settimana, passavo tutto il tempo possibile a scuola, piena di entusiasmo. Il corso era fatto in collaborazione con ditte locali, Max Mara ad esempio. Ero molto contenta di apprendere il know-how italiano. La prima esperienza nel mondo del lavoro è stata presso un ditta di Correggio, dove avevo svolto uno stage per due mesi dopo i quali sono stata assunta come aiuto alla produzione, il che mi ha permesso di andare in giro presso i laboratori esterni e vedere tanti modi di lavorare.
Tu sei libanese ed italiana; cosa e quanto c’è del Libano o comunque del ‘mondo arabo’ nelle tue creazioni, e in che modo invece sono legate all’Italia?
L’ispirazione è in effetti araba al 100%, non perché sono libanese ma perché l’abbigliamento e l’artigianato del mondo arabo sono veramente ricchi e pieni di colori e di ricami, composti da tecniche diverse di contaminazione dall’ottomano al persiano; il risultato è una fonte ricchissima di ispirazione, che io cerco di trasformare in qualcosa che sia però anche mettibile ogni giorno in Occidente. Se prendessimo, ad esempio, un abito tradizionale palestinese, ricamato, sarebbe immettibile qui se non per le feste. Io faccio fare una parte più piccola di ricamo su un tessuto adatto, ad esempio scelgo il lino per l’estate e lana per l’inverno, spesso utilizzo tessuti italiani, con colori tono su tono e con tagli italiani; così qualsiasi capo può essere indossato anche di giorno, perfino in ufficio, stando attenti alla cura del taglio e del cucito. Se fosse invece un modello e tipico arabo magari taglio e cucito passerebbero in secondo piano, il ricamo avrebbe il maggiore risalto.
Qual è, invece, il tuo legame personale con il Libano, il tuo Paese natale, e con l’Italia, il tuo Paese d’adozione?
Il mio rapporto con il Libano è quello di ogni libanese: sono orgogliosa di appartenere al Paese dei cedri, dei Fenici e di tutte le civiltà passate. Abbiamo rischiato tante volte di perderlo, e questo fa sì che ancora di più ci sentiamo legati, come a un innamorato. In special modo io sono del Sud, al confine con la Palestina occupata, quindi siamo stati sfollati per più di 10 anni dal nostro villaggio, pensavamo di non potere mai più fare ritorno. Il mio legame con la terra è fortissimo: ci viene insegnato da piccoli, dai genitori, quando andavamo alla raccolta degli olivi (che lì hanno un sapore unico). L’Italia, invece, è il Paese che mi ha cresciuta professionalmente, che mi ha formata come persona e mi ha dato tutte le opportunità per potere esercitare quello che ho imparato. In Italia ho conosciuto mio marito, di origine irachena, e qui ho avuto i mie due figli. Ho delle amicizie bellissime che sono un vera ricchezza. Mi sento di dire che con me l’Italia è stata molto generosa.
Pensando alla moda è inevitabile pensare a concetti quali seduzione e femminilità. Quale idea di femminilità è espressa attraverso i tuoi modelli?
Quella che vorrei trasmettere è l’idea di “seduzione pudica”. Attraverso i miei modelli la donna è libera di esprimere la bellezza del corpo, non della nudità. Si percepisce la ricchezza, di ricami e tessuti, non la volgarità. I miei abiti contengono e trasmettono un pezzo di storia, di tradizione, ma anche di vita delle persone che li realizzano: un mio abito può contribuire all’educazione di un bimbo, perché quell’abito l’ha ricamato una mamma. Il valore intrinseco dei capo è alto.
Quanto i tuoi abiti e accessori sono legati a Siria e Libano, i Paesi dove si svolge la produzione?
I tessuti che utilizzo, le lavorazioni, i ricami e i colori tradizionali, tutto ciò è frutto della produzione artigianale di questi Paesi. Anche il gruppo di persone che lavora con me, che mi affianca da quando ho incominciato, quindi circa da 10 anni, sono libanesi, palestinesi, siriani. Li ho scelti uno ad uno anche in scuole di cucito dislocate in zone svantaggiate.
I tuoi prodotti sono venduti per lo più in Italia e in Europa, chi è il tuo ‘cliente tipo’?
I nostri clienti solitamente sono persone che hanno viaggiato, hanno una mentalità ed un modo di porsi aperto nei confronti delle altre culture e desiderano arricchirsi con qualcosa che abbia senso, che sia diverso, magari anche unico.
Per maggiori informazioni vi invitiamo a visitare www.monamohanna.com
