a cura di Margherita Di Vilio
Lemnaouer Ahmine è nato a Setif, in Algeria, nel 1973. Si è stabilito in Italia nel 1994, prima a Napoli e poi a Milano, dove ha seguito corsi di cinema e televisione completando la propria formazione di documentarista. Ora realizza documentari trasmessi dalle reti RAI e LA7. Anche grazie alla propria esperienza personale, molti dei suoi lavori trattano del difficile rapporto tra mondo arabo e occidente, raccontando le difficoltà che incontrano gli stranieri che si trovano a vivere in Italia.
Quando sei arrivato in Italia?
La prima volta era nel ’92: avevo un fratello che viveva a Napoli. Nel 1994 ho deciso di rimanerci, da allora sono passati 15 anni. Sicuramente un elemento che ha determinato la mia partenza è stata la situazione che c’era in quegli anni in Algeria, il terrorismo, la guerra civile; io all’epoca avevo appena finito gli studi e lavoravo, facevo il geometra. La situazione era molto delicata, avrei dovuto fare il servizio militare, ma ho deciso di non farlo. Ho avuto l’opportunità di scegliere se venire in Italia oppure andare in Francia e non ho avuto dubbi: per poter studiare e fare ciò che volevo, cioè diventare documentarista, la mia meta avrebbe dovuto essere l’Italia, Paese che per altro mi è sempre sembrato molto vicino all’Algeria, alla nostra cultura. All’epoca, l’idea che avevo in mente dell’Italia era filtrata dalle rappresentazioni di Fellini, Rossellini… Nell’83 il primo film che ho visto al cinema è stato un film di Damiano Damiani, mi è piaciuto moltissimo. Poi ci sono stati i mondiali dell’82 e Dino Zoff, a quei tempi facevo il portiere perciò lui per me era un mito. E comunque allora era tutto molto diverso.
Che cosa era diverso?
L’Italia di 15 anni fa non è l’Italia di oggi. Quindici anni fa c’erano 400-500.000 stranieri al massimo. C’era un clima completamente diverso, più tollerante. Io ho vissuto i primi due anni da irregolare, perché all’epoca era facile arrivare “regolarmente” con passaporto e visto, e poi una volta scaduto il visto prolungare il soggiorno da “irregolare”. Nel ’95 ho fatto domanda per il permesso di soggiorno con il decreto Dini e ho regolarizzato la mia presenza qui.
Tu ora vivi a Milano, ma sei arrivato a Napoli. Come è stato il tuo primo impatto con l’Italia?
Strano. E’ strano trovare in una città europea, per come me la immaginavo, tante contraddizioni. Napoli è un insieme di modernità e tradizione, di ricchezza e povertà, di Europa e mondo arabo. In un certo senso però ha comunque qualcosa di familiare, ricorda le grandi città coloniali del mio Paese, come Algeri o Setif, la mia città. Milano invece è tutta un’altra realtà. Qui inserirmi inizialmente è stato più difficile, ma a me non interessava la città nella quale avrei vissuto. Sapevo che Milano era la città delle opportunità e soprattutto all’inizio, senza borsa di studio, avevo la necessità di lavorare e insieme studiare. A Milano è possibile farlo, in altre città è più difficile.
Milano è ancora, secondo te, la città delle opportunità?
Sì, solo che purtroppo oggi molto spesso le opportunità sono limitate da forti pregiudizi. Abbiamo più diffidenza, ci sono più barriere, diventa tutto molto più complesso rispetto a prima.
Come è nata la tua passione per i documentari, che ti ha consentito di essere così determinato nel portare a termine i tuoi obiettivi?
La scelta di fare il documentarista è frutto di una passione che mi porto dentro da quando ero in Algeria. Sentivo la necessità di raccontare le difficoltà, la realtà delle persone, cercando di non mostrare solo il mio punto di vista nell’ottica di far parlare la realtà di sè, impiegando anche un sacco di tempo per riuscire a farlo. Io divento uno strumento, sono il braccio che tiene la telecamera e cerco di rendere comprensibile a più gente una realtà adeguandola al linguaggio televisivo.
Parlaci dei tuoi documentari. Sei tu che scegli l’argomento?
Spesso sì, di quelli che faccio io. Scelgo argomenti sociali, si parte dall’immigrazione, dallo scontro invisibile, dal rifiuto della discriminazione, dell’essere sempre accusati, di avere sempre il dito puntato contro. Ad esempio ne ho realizzato uno sugli harraga algerini, oppure sul problema del luogo di preghiera a Milano in Viale Jenner. Di recente ho affrontato la tematica delle baby gang sudamericane a Milano con i Latin King. Per realizzare questo tipo di lavori bisogna sforzarsi di capire l’altro, veramente; all’inizio la difficoltà di questo lavoro è proprio la diffidenza totale.
Emerge da quello che dici la centralità della figura del traduttore, non solo linguistico ma “culturale”…
Esattamente, ho sentito proprio il bisogno di dare voce al punto di vista dello straniero perché spesso in Italia, dove la presenza di immigrati non è legata ad un passato coloniale come lo è invece per altri Paesi, purtroppo il primo problema è la lingua. Non saper parlare italiano compromette la possibilità di esprimersi bene, di tirar fuori ciò che si pensa. Accade perciò che ci si trovi magari davanti ad un giornalista bravissimo, che fa molto bene il suo lavoro, il quale però non è in grado di leggere quei segni anche piccoli ma fondamentali per comprendere cosa vuole veramente comunicare una persona appartenente ad una cultura diversa. Non riesce a tradurre il background di questo immigrato. Per me il conoscere entrambe le realtà è un vantaggio, cerco spesso di raccontare le cose anche con autocritica perchè è giusto dire che non tutto quello che portiamo noi qui va bene. Spesso occorre anche una forte capacità di adattamento, di arrivare ad un compromesso per evitare lo scontro. Io quando scelgo un argomento all’inizio lo “ripulisco” per raccontare la realtà con tutti i difetti.
Ora su cosa stai lavorando?
Adesso sto facendo un documentario sui rifugiati. Non è facile, ci sono un miliardo di contraddizioni. Io cerco di basarmi sul lato umano e sul lato storico. Purtroppo in questo Paese c’è la tendenza a dimenticare la storia con facilità. Io cerco di legare il passato dell’Eritrea e dell’Etiopia al passato coloniale, perchè è un periodo che rimane, che non si può negare, che è lì in tutta la sua malvagità. In teoria in Italia c’è una accoglienza dei rifugiati politici ma nella realtà dei fatti non c’è. Io voglio raccontare il lato umano, le varie difficoltà dei rifugiati che vivono qui buttati per strada, a Milano è possibile incontrarli in Piazza Oberdan. Con troppa facilità non si considera che non è posibile credere di esportare la democrazia fino in Afghanistan, però poi quando viene qui un afghano a chiedere asilo non gli si dà niente, anzi ci dà quasi fastidio.
Tu sei appassionato di cinema, cosa ci consigli di vedere, legato all’Algeria?
Sicuramnete un film che deve essere visto è “La Battaglia di Algeri” perchè è stato un lavoro internazionale contro l’oppressione. Si tratta di un bel film, fatto da un grandissimo regista: Pontecorvo, che ha avuto la ‘fortuna di girarlo poco tempo dopo che la Francia era uscita dall’Algeria, era ancora visibile la traccia viva del colonialismo ad Algeri. Un altro film che mi sento di consigliare è Rachida, che racconta quello che è successo negli anni del terrorismo ma con una visione corretta, non forzata, non politicizzata, non vuole essere un film di propaganda ma si ceca di raccontare la realtà come è stata vissuta. Ci sono tanti film molto belli e significativi ma difficili da capire perché non tradotti, ad esempio Il était une fois dans l’oued.
Per vedere un documentario di Lemnaouer Ahmine: Harraga, Viale Jenner.
