a cura di Erica Barbiani e Margherita Di Vilio
Abdellatif Moustad nasce in Marocco nel 1969. Dopo un diploma in Arte a Casablanca, si trasferisce in Francia per frequentare la Scuola Nazionale Superiore di Arte e Design di Amiens dove, nel 1992, ottiene il Diploma Nazionale d’Arte. Continua gli studi alla scuola Nazionale D’arte di Cergy-Pontoise, ottenendo il Diploma Superiore d’Arti Plastiche nel 1994. Abdellatif Moustad è pittore, calligrafo e scultore e vive tra l’Italia e Parigi.
Innanzitutto ti chiedo: perché la calligrafia? Cosa ti ha portato a scegliere questa forma di arte?
La calligrafia è stata la prima forma d’arte che ho conosciuto, ma all’inizio non ne ero consapevole… La calligrafia faceva parte della mia vita, era ovunque attorno a me. Già da ragazzino, verso i 12 anni, ho scoperto che era una grande passione. Mi piaceva decifrare le scritture sacre alla moschea, ma anche quelle delle insegne del quartiere. E, quando tornavo a casa, cercavo di riprodurre la diversità dei loro stili. La mia scrittura è sempre stata diversa da quella di tutti gli altri. Già da piccolo, a scuola, ero io quello che scriveva le parole sulla lavagna. E, crescendo, nel quartiere mi chiedevano spesso di riscrivere le lettere d’amore con la mia “bella scrittura”…
L’arte della calligrafia si è sviluppata nel mondo islamico in modo strettamente legato alla diffusione del Corano, ed è sempre stata legata ad una forma di misticismo religioso. Qual’è a tuo parere il ruolo oggi della calligrafia nei paesi arabi?
Il Corano ha segnato lo sviluppo della scrittura e della lingua araba, e la calligrafia è arrivata successivamente come forma di decorazione del testo. Adesso viviamo in un momento storico in cui la scrittura sta subendo forti mutazioni. Tutte le forme di comunicazione stanno subendo un processo di forte cambiamento e, di conseguenza, anche la calligrafia sta modificando in parte il suo ruolo originario.
Nella società araba, tuttavia, continua ad essere presente nelle case, perché sostituisce le forme di rappresentazione e continua a veicolare i testi sacri.
A livello artistico, la calligrafia continua ad evolversi nelle forme d’arte contemporanea, perché è un elemento centrale del processo creativo nei paesi arabi.
Cosa ti ha spinto a trasferirti a Parigi?
In Marocco avevo iniziato un percorso artistico che era cominciato proprio con la calligrafia. Sono entrato nella scuola d’arte perché avevo una “bella scrittura” ed ero motivato a continuare questo percorso. Ma, malgrado le mie aspettative, alla scuola d’arte di Casablanca non c’era un maestro di calligrafia. È per questo che sono un calligrafo che si è formato senza un maestro… Parigi, poi, è stata una scelta necessaria per continuare ad apprendere. In Marocco dopo la scuola d’arte avevo terminato il percorso artistico, non c’erano altre possibilità di formazione superiore. Ma Parigi mi attraeva anche perché volevo esplorare altri orizzonti, già sentivo che la calligrafia poteva diventare una forma con una sua forza, più che un modo esteticamente bello di scrivere.
Com’è considerata la tua arte in Marocco? E in Europa?
In Marocco ho fatto soltanto una mostra da quando sono partito, ed è stata fatta in occasione del festival annuale d’Essaouira sul misticismo sufi degli gnawa. Lì ho presentato delle opere dove i simboli della musicalità gnawa si intrecciavano alla calligrafia. Sono molto ispirato dalla filosofia gnawa, riveste un ruolo molto importante nel mio percorso creativo.
La mia vita ha sempre avuto come centro la Francia, e per questo che Parigi è la città dove ho fatto la maggior parte delle mie mostre. In Europa, la mia arte è spesso osservata attraverso le categorie del “etnico” e del “esotico”, perché chiaramente la direzione dello sguardo è quella del occidente. Senza dubbio nei miei quadri si percepiscono le radici e i colori della mia terra. Mi hanno spesso detto che nei miei quadri si sente “calore e umanità”, un senso di vicinanza immediato con qualcosa di inizialmente lontano…
Come scegli le parole che poi utilizzi nelle tue opere, che significato hanno per te?
Le mie prime realizzazioni erano basate su testi e poesie, ma ho abbandonato presto le parole perché non mi consentivano la libertà che volevo ottenere con la calligrafia. Ho intitolato le mie prime esibizioni “materia e scrittura” perché volevo mostrare quanto la calligrafia potesse essere un segno con una sua forza insita, una traccia tangibile di un movimento, di un passaggio. È per questo che le parole, da concrete, sono diventate un segno sempre più astratto. L’illeggibilità era necessaria per esplorare fino a fondo la forza della calligrafia, come se fosse una danza… Volevo raccontare il movimento, invece che incoraggiare la lettura.
Solitamente lo sguardo occidentale ha bisogno di tradurre, comprendere, decifrare ciò che non conosce. E questo bisogno è più intenso se questo sconosciuto proviene da un altrove culturalmente distante.
Un testo dadaista, ad esempio, può essere compreso senza essere necessariamente decifrato. È legittimato ad essere incomprensibile. Mentre con le scritture “esotiche” si sente la necessità di doverle decifrare. La gente mi chiede spesso: “cosa vuol dire”? “cosa c’è scritto”? Ma per me la forza della calligrafia va al di là del significato delle parole che compone.
A cosa è dovuta la tua scelta di utilizzare materiali naturali?
All’inizio, quando ero studente, la scelta dei pigmenti naturali è stata dettata dal fatto che le chine cinesi erano troppo care. Ma ho scoperto presto che i pigmenti avevano delle qualità insite che erano funzionali al mio modo di lavorare. Mi permettevano di lavorare in orizzontale, venivano assorbiti facilmente dalla carta. I pigmenti naturali, inoltre, hanno toni e colori che non trovo negli acrilici, né negli acquerelli né nella pittura a olio.
Ciò che continua ad affascinarmi adesso dei materiali naturali è il processo di preparazione che richiede il loro utilizzo. Devono essere mescolati, diluiti… C’è tutto un processo artigianale che trovo straordinario, che mi avvicina al processo creativo.
Quanto il Marocco influenza la tua arte e quanto invece è influenzata da Parigi, dall’Europa?
L’infanzia e l’adolescenza in Marocco mi hanno dato un bagaglio di immagini di cui forse non sono ancora pienamente consapevole. Il mio paese ha una ricca tradizione artigianale che incoraggia un forte rapporto con gli oggetti. Proviene dal Marocco il mio desiderio di recupero, bricolage, ri-composizione. Anche le lettere del mio alfabeto sono dentro di me, e a me piace trasformarle, scomporle e ricomporle. Non ho mai utilizzato la calligrafia per la scrittura del Corano, nemmeno negli anni a Casablanca. Per me è sempre stata una forma d’arte con cui esplorare nuovi linguaggi.
Parigi, invece, è stata centrale nella mia formazione. La Scuola d’Arte mi ha permesso di diventare cosciente di un percorso di ricerca. Ho capito quanto la costruzione di un progetto artistico sia importante. Ma, allo stesso tempo, mi ha dato forse uno sguardo accademico di cui non vado necessariamente fiero…
Qual è il rapporto della tua arte con la musica e con la spiritualità?
Il tema della musica per me è centrale, perché è legato al ritmo. Sento una relazione forte con il misticismo sufi della tradizione gnawa, dove il colore e la danza si integrano in una forma di arte spirituale. Gli gnawa mi hanno permesso di riflettere sulla negritudine delle mie origini. provengo infatti da una famiglia berbera del sud del Marocco. Sento che il linguaggio della musica mi è molto vicino, ho utilizzato gli strumenti gnawa incorporandoli in sculture e scritture. Adoro la musica, la sua immediatezza, l’universalità del suo linguaggio. Non è un caso che i musicisti siano stati i primi artisti ad esplorare il Marocco…
Al momento a quali progetti stai lavorando?
Il mio prossimo progetto artistico riguarda il legno, perché vorrei cominciare ad integrare scultura e pittura. Immagino che un supporto naturale possa accogliere bene i pigmenti. E le forme del legno, le sue venature, suggeriscono già degli spunti narrativi…
Per maggiori informazioni vi invitiamo a visitare il sito dell’artista: moustad.net.
