a cura di Camille Eid
Medhat Shafik è nato in Egitto nel 1956. Dal 1976 vive e opera in Italia, vicino a Pavia. Diplomato in pittura e scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, dagli anni ’80 partecipa con successo a molte rassegne artistiche nazionali e internazionali. La sua consacrazione arriva nel 1995, quando alla Biennale di Venezia il Padiglione Egiziano viene premiato con il Leone d’Oro alle Nazioni. Da allora si susseguono le sue presenze in Italia e all’estero: in Belgio, Francia, Germania ed altri. Nel 2003 tiene una personale all’Accademia di Belle Arti di Brescia, ed è premiato alla Biennale Internazionale del Cairo con The Nile Grand Prize. Nel 2006 partecipa alla rassegna internazionale Mediterraneo Contemporaneo all’Arsenale di Taranto. Nel 2007 espone a Verona, Genova e Perugia.
È stata una scelta precisa quella di venire a studiare arte in Italia?
È stata una scelta dettata dal destino quella di venire in Italia, perché avevo un fratello che studiava ingegneria meccanica al Politecnico di Milano. Ed è stato naturale, dopo aver finito il liceo al Cairo, scegliere questo indirizzo di studi perché era la mia passione. L’Italia è tra l’altro un richiamo naturale per ogni persona desiderosa di sviluppare questo studio. In quegli anni non pensavo però ancora al mio futuro professionale come artista. Mi interessava studiare arte e basta.
Dopo tanti anni di vita in Italia come descrivi il tuo rapporto con questo paese e quali differenze trovi tra il vivere qui e la vita in Egitto?
Il mio primo impatto con l’Italia è stato quello di imparare la sua lingua. Anche per poter esprimere me stesso e il mio mondo. Naturalmente di differenze ne ho trovate, ce ne sono e ce ne saranno sempre, rispetto all’Egitto ad esempio, dove i rapporti sociali e con la propria famiglia sono calorosi e intensi, qui ho trovato una società in cui i rapporti sono più formali e razionali, ma da ottimista di natura quale sono, ho cercato di trovare similitudini e affinità per mediare le differenze. Quella luce interiore che emana dalla gente in Egitto, nonostante le difficoltà della vita quotidiana, l’ho trovata anche qui, sebbene in misura inferiore. L’Italia mi ha dato tuttavia la capacità di creare un equilibrio, di vivere con razionalità il mio mondo emozionale.
Come descrivi la tua arte?
Io penso che l’arte sia il linguaggio della coscienza. L’artista dovrebbe essere l’amplificatore della coscienza collettiva della società. L’arte contiene il germe dell’utopia e l’utopia cerca l’equilibrio nel mondo. La mia arte non è scissa dalla mia esistenza, io mi sento un restauratore di cocci. In questo “tempo liquido”, in un’era in cui non abbiamo più la possibilità di attingere allo stratificato emozionale, storico, delle nostre piccole storie o della grande storia, viviamo momenti di spaesamento in mezzo a un uragano di cambiamenti continui. Ecco, l’artista cerca di trovare un’àncora, di raccogliere i reperti, la memoria, cerca di recuperare i valori della società. Viviamo in balìa di una globalizzazione economica che vuole appiattirci e renderci inermi di fronte alle grandi campagne mediatiche che cercano consumatori passivi, uomini banali. L’artista – poeta, scultore o pittore che sia – vuole invece mettere al centro l’uomo, senza per questo rigettare la modernità in atto. Io cerco di far emergere ciò che è dismesso, ciò che la storia ha offeso o sotterrato. Dobbiamo recuperare la memoria storica dei popoli, quei frammenti di umanità che altrimenti, in questo mondo globale volto al profitto, andrebbero persi per sempre. Ripeto, non sono contro la modernità, ma la modernità deve essere anzitutto umana. L’artista deve essere come il guardiano dello scrigno dei sogni, il detentore della bussola.
Quali sono le influenze che l’Egitto e il mondo arabo hanno avuto sulla tua opera?
Ognuno di noi porta un imprinting, è figlio del proprio cammino storico. E il mio “bagaglio” personale di egiziano è fatto anche di arte faraonica, di arte cristiana e di arte islamica. Ho imparato il linguaggio dell’arte moderna, prettamente occidentale, per poter raccontare la mia storia, che è in fondo una storia in cammino, intrecciata con le storie altrui. L’Egitto ha lasciato un sapore, un languore, una musica, il brusìo dei mercati, le palme, le ombre.
Pensi che l’arte araba contemporanea abbia subito influenze esterne?
L’arte non è scissa dai processi sociali e culturali. L’arte, alla fine, è l’espressione dell’inquietudine dell’essere. Di solito, nei momenti di crisi sociale l’arte prende coscienza. È successo così nell’Europa del post-impressionismo, se pensiamo a Van Gogh, a Zola. Questo processo non si è verificato nel mondo arabo. Paradossalmente, all’origine del Rinascimento europeo sta l’avanzata delle orde barbariche dei mongoli che hanno aperto all’Europa la famosa via della seta e i contatti con l’Oriente.
Quali sono i progetti ai quali stai lavorando?
Dal 3 giugno partecipo a una mostra collettiva che si chiama Matrix Natura di Venezia. Ci saranno poi entro la fine dell’anno due mie mostre personali.
Non poteva mancare una domanda sul suo rapporto con la lingua araba. Quale rapporto hai con la tua lingua madre?
Per fortuna continuo a usare l’arabo in alcuni simposi e, ogni tanto, leggo e scrivo in questa lingua. Mia figlia, che studia lingue e letterature straniere, capisce solo il dialetto egiziano ma si interessa alle problematiche legate all’integrazione della seconda generazione di immigrati, sta preparando infatti una tesi sulla scrittrice Andrea Levy, nata in Gran Bretagna da genitori giamaicani.
Per ulteriori informazioni sull’artista visitare il sito www.shafik.it
