a cura di Camille Eid
Fa fatica Adnan Tarawneh a staccarsi dalla tivù araba che trasmetteva immagini in diretta da Gaza per scambiare due parole con noi. L’offensiva israeliana contro la Striscia l’ha catapultato d’improvviso almeno tre decenni indietro, ai tempi delle grandi battaglie politiche. Arrivato in Italia dalla Giordania all’inizio degli anni Settanta, oggi è direttore sanitario del Centro di Albino della Croce Rossa (in provincia di Bergamo) che ospita utenti con gravi disabilità dalla nascita o acquisite.
Dottore, cominciamo con una domanda tradizionale: perché proprio l’Italia?
Devo ammettere che la scelta dell’Italia è stata casuale. Non c’erano, 36 anni fa, buone università in Giordania. La molla è stata, tuttavia, la situazione politica incandescente nel mio Paese a ridosso del Settembre Nero. Ho voluto tagliare con delle condizioni di vita diventate pesanti per me. Ho così lasciato la mia città natale, Kerak, e la città dei miei studi secondari, Amman, per venire in Italia. La mia destinazione iniziale era, come accadeva per la maggior parte degli studenti stranieri, l’Università di Perugia per l’apprendimento della lingua. Mi sono successivamente trasferito a Milano, contrariamente ai miei collegi che hanno scelto di proseguire gli studi a Roma.
A Milano ti sei iscritto a Medicina…
Sì, ma ero quasi sempre distolto dagli studi dalla volontà di aiutare gli altri studenti arabi: a trovare alloggio, a reperire la facoltà appropriata, a preparare l’esame di ammissione, fino a cercare soluzione a problemi economici e psicologici. Questo impegno ha inciso parecchio sul mio rendimento universitario, ma non mi sono affatto pentito.
Le tue condizioni ti permettevano di dedicarti agli altri?
Non navigavo certamente in acque tranquille, ma il sentimento “nazionale” fu prevalente. Sentivo il dovere di dare una mano ai tanti studenti più sprovveduti di me che giungevano da diversi Paesi arabi, come la Palestina, l’Iraq, la Giordania e il Libano. Ricordo che in maggioranza sceglievano di iscriversi ad Architettura. Ero in definitiva sempre preso con le riunioni di coordinamento sia con le organizzazioni studentesche italiane, sia con i sindacati e le università.
Come si configurava il panorama studentesco arabo in Italia in quegli anni?
Erano attive numerose associazioni, come l’Unione generale degli studenti giordani, l’Unione generale degli studenti palestinesi, l’Unione nazionale degli studenti libanesi, l’Unione araba che raccoglieva studenti di differenti Paesi arabi, e altre ancora. Questa presenza organizzata agevolava il superamento di tanti ostacoli. Le associazioni giocavano un importante ruolo beneficiando del sostegno della sinistra italiana.
Fino a che punto hanno inciso sulla vostra azione gli eventi politici arabi?
Moltissimo. Gli studenti della mia generazione avevano vissuto da vicino o sulla propria pelle gli strascichi della questione arabo-israeliana: dal Settembre Nero alla guerra del 1973, alla guerra del Libano. Era molto forte il sentimento di appartenenza nazionale. Erano presenti, ovviamente, alcune divergenze politiche tra di noi, ma l’impegno politico aveva tutt’altro sapore rispetto a oggi.
Mantieni ancora i contatti con i tuoi ex colleghi?
Molti di loro sono rientrati, altri sono rimasti in Italia per motivi familiari o di lavoro. Il mio soggiorno a Bergamo non mi permette di essere in costante contatto con tutti, ma sicuramente con quelli che risiedono in città vicine come Milano, Como, Lecco e Pavia. Ho cercato nel 1994 di fondare un centro culturale italo-arabo per mantenere dei legami minimi tra di noi, ma devo ammettere che l’esperienza non fu molto riuscita.
Si nota una certa amarezza in questa constatazione…
Sono cambiati i tempi. Prima, uno spendeva del suo tempo per l’organizzazione di dibattiti, conferenze, manifestazioni. Andavamo su e giù per l’Italia in treno per presentare testimonianze sulle cause arabe. In seguito, c’è stato come uno stato d’assedio di cui ha risentito parecchio il settore studentesco. L’unità del corpo studentesco arabo è andata a poco a poco dissolvendosi, anche a causa delle divisioni interarabe. Sono comparsi i movimenti religiosi e questo ha enormemente danneggiato l’eredità che pensavamo di lasciare. La nostra generazione difendeva le cause arabe senza alcuna considerazione del fattore religioso. Ora, non è più così.
A che cosa è dovuto questo cambiamento?
Anzitutto al mutamento della composizione delle comunità arabe. Alla prevalente presenza di studenti è subentrata quella di lavoratori, generalmente con un background culturale assai limitato. Questo fenomeno ha portato al ritiro dalla scena, e talvolta alla chiusura, degli studenti di fronte all’influenza crescente dei movimenti religiosi. Il mondo arabo in Italia è diventato quasi un mondo chiuso. Nessuna ambasciata o consolato forniva inoltre un sostegno culturale disinteressato. Le moschee hanno così occupato tutti gli spazi.
Nel frattempo è cambiato anche il panorama italiano…
Certamente. È diminuito, in generale, l’interesse alle problematiche politiche, ma è cambiata soprattutto l’opinione dominante in Italia sul mondo arabo. Si è diffusa una larga confusione tra “arabo” e “musulmano”. Le tesi razziste si sono costruite una fama sulla pelle degli stranieri in generale, e degli arabi in particolare. Anche perché, insieme alle ondate di nuovi immigrati arabi, hanno cominciato a spuntare nuovi problemi, come il traffico della droga. Come risultato, si è puntato solo sui fatti negativi legati alla presenza araba.
La sinistra italiana non si è opposta a questa confusione?
Diciamo che la solidarietà della sinistra italiana con le cause arabe non è mai stata viscerale e passionale. C’era sicuramente un rapporto di fiducia con gli studenti, e questa fiducia è venuta meno quando alla nostra generazione sono subentrate le moschee e i centri islamici. A questo nuovo prototipo dell’arabo hanno contribuito anche i mass media. Come dimenticare che la stessa televisione pubblica italiana ospitava volentieri figure come Adel Smith per aumentare l’audience contribuendo al consolidamento di una nuova immagine? Vedo in questo una deliberata strumentalizzazione. Certamente il comportamento dei responsabili delle moschee e le richieste, spesso assurde, da loro avanzate e che denotano una mentalità arretrata e chiusa non hanno contribuito a correggere il tiro. Lo stesso vale per l’inazione delle ambasciate arabe.
Questo tuo impegno è venuto meno una volta che sei diventato medico?
Ha cambiato aspetto. In realtà, avevo in mente di esercitare in Giordania, ma sono stato impedito di farlo. La mia vita ad Amman assomigliava più a una residenza coatta e così ho deciso di fare ritorno in Italia. In Giordania sono ritornato solo dopo aver ottenuto la cittadinanza italiana. Come medico, cerco di impegnarmi attraverso l’invio di medicinali nelle zone di guerra. L’ho fatto per l’Iraq e per la Palestina. Il mio sogno era comunque quello di riunire le élite delle comunità arabe, ma ho constatato che ognuno deve badare alla propria famiglia, al proprio lavoro. Così ho dovuto rinunciare, mio malgrado.
Sei riuscito a trasmettere ai tuoi figli questa devozione?
Essendo mia moglie italiana, i miei figli hanno la fortuna di cogliere le cose positive delle due culture. In estate, li porto in Giordania a vivere in campagna. Visitiamo insieme le parti belle e moderne di Amman, ma anche i campi profughi palestinesi di modo che possano rendersi conto delle profonde problematiche di questo popolo. Alla loro età -18 e 14 anni – posso dire che hanno abbastanza coscienza delle lotte che hanno animato la mia gioventù. Oltre che dei nuovi problemi, visto che hanno avuto a scuola qualche amara esperienza di discriminazione.
