a cura di Camille Eid ed Elsa Mescoli
La passione per la letteratura e l’arte italiane ha portato Fawzi al-Delmi (o, meglio, al-Dulaimi) a lasciare l’Iraq nel lontano 1974 per trasferirsi in Italia. Mentre studiava pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano, approfondiva la conoscenza dei maggiori scrittori e poeti italiani, da Leopardi a Ungaretti, e da Montale a Pasolini. Dopo un periodo di insegnamento della lingua e cultura araba (presso l’IsIAO. e la Bicocca di Milano), si è dedicato alla traduzione in italiano dei maggiori poeti arabi contemporanei. Perché lui stesso è poeta. A Baghdad, non ancora ventenne, aveva pubblicato i suoi primi versi, calati nel clima letterario di quel periodo che vedeva la poesia in una fase di profonda trasformazione, sempre più libera dai canoni e dai contenuti tradizionali.
Hai curato la traduzione di parecchi poeti arabi. Possiamo sapere quali?
Principalmente il siriano Adonis, di cui ho tradotto parecchie raccolte, come Desiderio che avanza nelle mappe della materia, Libro della metamorfosi, Cento Poesie d’amore, La musica della balena azzurra e Oceano nero. Ma ho anche tradotto per il palestinese Mahmoud Darwish, il giordano Amjad Nasser, il marocchino Mohammed Bennis, l’iracheno Saadi Yousif, l’egiziano Salah Abd al-Sabur, il libanese Abbas Baydoun e il bahreini Qassim Haddad.
Complimenti, quasi tutta Lega araba! Hai provato anche a tradurre poeti italiani in arabo?
Ho presentato in Marocco le poesie di Maurizio Cucchi e Giuseppe Conte. Il problema è che nel mondo arabo la diffusione delle stesse opere arabe è scarsissima. In un Paese come l’Egitto, che conta 70 milioni di abitanti, raramente un libro vendo più di mille copie.
E le tue poesie le scrivi in arabo o in italiano?
Con qualche eccezione, ho sempre scritto in arabo. Sto lavorando attualmente su una nuova raccolta che avrà, come le altre opere, il testo arabo originale a fronte. Nelle poesie è dominante il tema dell’esilio e della guerra in Iraq. In una poesia scritta nel 2004 scrivo ad esempio: Ricominciare? Da dove?/Dal silenzio o dal sangue che imbratta le mani e le coscienze/dai cadaveri che ci fanno ombra con lacere camice/dalla durezza dell’orgoglio spezzato? (leggi l’intera poesia)
La guerra ha avuto un forte impatto sulle donne. Con la perdita del marito o del padre, molte donne sono diventate – non saprei se per loro fortuna o sfortuna – responsabili del sostentamento della propria famiglia. Hanno acquisito una certa autonomia. Sono disgustato per quanto sta succedendo nel mio Paese. Non ho mai avuto simpatie per il vecchio regime, ma i nuovi governanti sono delle figure caricaturali. In una poesia li definisco come “discendenti di Don Quichotte”.
Tornando alla tua carriera di traduttore, si dice che tradurre è un po’ tradire. Francesca Corrao afferma che “tradurre la poesia araba letteralmente è un tradimento perché la si spoglia dell’elemento essenziale della sua bellezza, del suo universo ritmico e del timbro delle allitterazioni caratteristiche della lingua araba”. Qual è il presupposto affinché una traduzione riesca a rendere il senso profondo della visione del poeta?
È innanzitutto fondamentale che il traduttore assimili il linguaggio del poeta affinché possa farsi suo mediatore. L’intero percorso letterario del poeta deve essere studiato approfonditamente al fine di coglierne a pieno il pensiero. La traduzione è quindi possibile solo se la visione globale è ben presente al traduttore, proprio perché essa può aiutare a decifrare l’uso altrettanto complesso che il poeta fa delle parole per riuscire ad esprimerla. Ecco perché preferisco essere io a proporre alla casa editrice il nome del poeta da tradurre in italiano.
Alcuni poeti, come Adonis, utilizzano delle metafore per illustrare la loro filosofia. Quali sono i criteri che utilizzi per tradurle? La traduzione può essere in questo caso letterale?
Traduco letteralmente solo laddove ciò permette di conservare l’effetto che le metafore producono. A volte è necessario utilizzare parole diverse per fortificare l’immagine. Le piccole modifiche rispetto all’originale sono da alcuni considerate dei tradimenti, in realtà sono necessarie proprio perché funzionali alla traduzione del senso veicolato dalla poesia.
Come concili allora la resa del senso con la necessità di conservare anche la musicalità della poesia?
Il ritmo di una poesia deve essere presente anche nella sua traduzione. Ciò non significa una semplice riproduzione dell’originale, ma comporta invece un reale sforzo creativo, pur rimanendo il più fedeli possibile al senso del testo. Il risultato deve essere un componimento con una musicalità interna mediata dalla lingua di destinazione che bisogna conoscere profondamente. Ripeto, la traduzione non deve essere concepita come una riproduzione, bensì come una ‘ricreazione’. Il traduttore riscrive la poesia e solo in questo modo il risultato sarà nuovamente un componimento poetico. Esso sarà allora fedele all’originale per quanto riguarda il senso e il più possibile per quanto riguarda le immagini usate per esprimerlo. Il tutto dotato di un ritmo, di una struttura e di un’unità propri.
Con il fine di generare nel lettore lo stesso effetto prodotto dal componimento originale…
Esattamente. La poesia araba ha una tradizione orale e ancora oggi la lettura e la recitazione delle opere è molto frequente. I componimenti di Adonis o di Mahmud Darwish, ad esempio, sono spesso oggetto di letture da parte degli autori stessi di fronte a un pubblico. La musicalità è quindi qualcosa da cui non si può prescindere, nemmeno nella traduzione, perché verrebbe persa una delle potenzialità dell’opera stessa, ovvero quella di essere recitata.
Ti piace vivere e lavorare in Italia?
Dell’Italia mi piace il clima di libertà, che è merce rara nei nostri Paesi arabi. La cultura non può svilupparsi in un clima di violenza e terrorismo. Com’è possibile, ad esempio, organizzare delle serate di poesia quando c’è il coprifuoco. Serate “diurne”, semmai. Mi mancano, invece, gli ambienti orientali in cui sono cresciuto. Il tema dell’esilio nelle mie poesie riflette forse questo stato d’animo. D’altronde, a causa delle note circostanze politiche, dal 1974 sono tornato una sola volta nella mia terra irachena.