a cura di Margherita Di Vilio
Il viaggio del pittore Ali Hassoun inizia nel Sud del Libano, dove ha trascorso i primi 18 anni della sua vita, assorbendo tutto il calore di una terra coltivata ad aranci, limoni, banani e ulivi, mossa da morbide colline. Penultimo figlio di una numerosa famiglia sciita che gli ha trasmesso una visione laica della vita, è stato incoraggiato dal padre a eccellere negli studi, ritenuti l’unico valido antidoto contro il fascino dell’arruolamento nei gruppi politico-militari che si erano moltiplicati nel Paese durante la guerra civile. Gli studi si sono rivelati anche un biglietto per partire, così quel ragazzo dall’aria ribelle è arrivato in Italia.
Cosa ti ha portato in Italia?
Ero affascinato dagli artisti del Rinascimento che avevo studiato a scuola, volevo coltivare la mia passione per l’arte, volevo venire in Italia. Non c’erano però molte possibilità e mi ero rassegnato all’idea di andare a studiare arte a Mosca, che pareva essere l’unica soluzione disponibile. Poi ho vinto una borsa di studio della Hariri Foundation per l’Italia. Sono arrivato nel 1984 a Roma, poi mi hanno consigliato di andare a Firenze, dove per due anni ho frequentato l’Accademia delle Belle Arti e mi sono iscritto alla Facoltà di Architettura. Dopo la laurea ho lavorato a Siena per due anni come architetto, ma la passione per l’arte ha prevalso: ho lasciato tutto e mi sono trasferito a Milano per fare il pittore professionista. Vivo qui da 13 anni.
Come ha influenzato la scelta di vivere in Italia la tua formazione artistica?
In Italia, lontano dalla guerra e dalle sue ferite, ho trovato la serenità necessaria per iniziare un percorso di ricerca interiore e di costruzione della mia identità. È qui che mi sono avvicinato al sufismo. Il mio cammino è passato attraverso la lettura dei grandi maestri, come Ibn Arabi, e di grandi studiosi occidentali come il francese Henry Corbin. In questo modo ho potuto osservare da una nuova prospettiva la cultura musulmana e il Corano; è stato fondamentale studiare anche il cristianesimo e l’ebraismo per comprendere, in un susseguirsi storico e temporale, le differenze ma soprattutto le analogie tra queste tre religioni. Ho capito così che chi si accontenta di una conoscenza superficiale sperimenta la diversità e prova un senso di separazione dagli altri, mentre solo chi va in profondità può accorciare le distanze, abbattere i muri. Immagino che la spiritualità sia costituita da tanti cerchi concentrici, al centro dei quali sta la Verità, Dio, l’Essenza o come lo si vuole chiamare, e tutti coloro che sono alla ricerca si muovono su questi cerchi. Avvicinarsi al centro significa unirsi, oltrepassare i confini. Credo che ciò sia avvenuto in Italia perchè qui è più facile trovare il ‘deserto’, in senso metaforico: in Libano non mi sarebbe stato facile.
Per quale motivo?
La società islamica non consente l’isolamento; è il gruppo che conta, non l’individuo. Questo discorso è fondamentale per capire l’arte islamica e spiega il modo in cui è visto l’artista all’interno della società. Gli artisti, tanto quanto i mistici sufi, sono sempre stati malvisti dal ‘clero’ e dai leader religiosi perché ritenuti troppo liberi, non controllabili. Le figure dell’artista e del mistico sono quindi strettamente legate; la pratica dell’arte – dalla calligrafia alla musica – è una pratica spirituale che eleva l’animo umano, che consente di entrare in comunione con il divino. È per questo motivo che non esiste il culto dell’artista nel mondo islamico: i nomi, le firme, non sono mai stati considerati importanti.
Cosa ci puoi dire sul rapporto tra l’arte figurativa e la fede islamica?
Sono un artista figurativo e spesso viene evidenziato il contrasto tra questa mia scelta e l’arte araba classica, che è per eccellenza aniconica. Tradizionalmente, infatti, le popolazioni nomadi non avevano tempo di fermarsi a ritrarre, prediligevano la calligrafia e i motivi geometrici, si esprimevano attraverso la parola in forma poetica. Inoltre lo stesso Profeta non ha mai voluto essere raffigurato, e l’ortodossia islamica ha considerato le rappresentazioni figurative come un ritorno all’idolatria della Jahiliya, del periodo pre-islamico. L’arte figurativa, tuttavia, si è sviluppata nel mondo sciita: per le strade di Teheran, come pure nel Sud del Libano, si possono ammirare molti ritratti, soprattutto durante i cortei e le celebrazioni religiose. E poi non si può non notare il culto, che è presente in molti Paesi arabi, per l’immagine del raìs: basti pensare ai ritratti di Gamal Abd el-Nasser o di Saddam Hussein, presenti in ogni luogo.
Parliamo ora delle tue opere: è possibile individuare dei ‘periodi’ all’interno della tua produzione artistica?
Sì, credo che la ia produzione si possa dividere in tre periodi: il primo va dal 1992 al 1999; avevo lasciato l’architettura e desideravo emergere; è stato il mio esordio, e i quadri raccontano la voglia di ribellione e le emozioni che mi suscitava la libertà che ho assaporato in Italia. Spesso nascevano sotto l’impulso di un forte senso critico nei confronti del potere, della burocrazia italiana. Usavo moltissimo colore, come tecnica ero molto vicino all’espressionismo tedesco: dipingevo d’impatto e avevo un rapporto molto fisico con la tela, con i pennelli. Il periodo successivo è stato caratterizzato da una maggiore riflessione su tematiche più profonde, mi sono dedicato alla ricerca, sia tecnica che identitaria. In un primo momento sono stato sicuramente influenzato dagli eventi dell’11 settembre, che mi hanno scosso fortemente. È iniziato in questo momento il mio cammino di scoperta e avvicinamento al sufismo e all’islam, alle mie radici. Ho abbandonato sempre più il discorso sociale per dedicarmi all’espressione di una dimensione interiore. in questo secondo periodo mi sono anche confrontato con le mie capacità, con semplicità e umiltà. Perché, come dice il Corano, “Là iukallifu Allah-u nafs-an illa wus’a-ha” (“Ad ogni anima Dio dà ciò che può reggere”).
È per questo che i tuoi ultimi quadri rappresentano scene di vita quotidiana in tutta la loro semplicità?
Sì, è cercando nelle mie origini, nelle mie radici, che sono emerse queste immagini ferme e allo stesso tempo in movimento. E sono passato in questa nuova fase che è possibile definire come terzo periodo. Per arrivare a questo, ho lavorato molto con l’acquarello, proprio per recuperare l’idea della trasparenza. Le figure stanno diventando sempre meno carnali, mentre prima erano più ‘caravaggesche’. Ora la carne è meno pastosa, è più velata, uso meno colore. È emersa la tela; anche lei ha il suo ruolo, fondamentale. Sullo sfondo riporto delle frasi in arabo, citazioni coraniche in stile ‘naskhi’; scorrono lievi sullo sfondo, come vento, parte dell’aria.
Come è considerata la tua arte nei Paesi arabi?
Tempo fa mi ha contattato Fawzi al-Delmi, critico d’arte e poeta iracheno che vive a Milano, per chiedere alcune immagini delle mie opere che sarebbero state abbinate ai versi di un poeta e veicolate come allegato dei principali quotidiani dei Paesi arabi. Le mie immagini sono state pubblicate in fascicoli, a colori in copertina e in bianco e nero all’interno, accompagnate dalle parole di un poeta siriano. In due Paesi sono stato censurato, in Arabia Saudita e in Bahrein: hanno cancellato il volto di Dio che era presente su uno sfondo, e anche una parte di una crocifissione. Ovviamente hanno anche oscurato tutti i nudi, alcuni di questi facevano parte di uno sfondo in un quadro che riporta in primo piano un mistico musulmano, altri riprendevano il particolare dell’Arca di Noè, raffigurata da Michelangelo. Devo dire che per quest’ultimo quadro forse anche io preferisco la versione censurata.
Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Senza titolo (90×110 cm)
L’Arca della salvezza (170×220 cm)
per ulteriori informazioni sull’artista:
www.alihassoun.it
