a cura di Margherita Di Vilio
Randa Ghazy è nata in provincia di Varese nel 1986, da genitori egiziani. A soli quindici anni, dopo essere stata notata da un editor durante un concorso letterario, ha pubblicato il suo primo libro: Sognando Palestina (2002, Fabbri Editore). Poi sono usciti Prova a sanguinare (Fabbri Editore, 2005) e Oggi forse non ammazzo nessuno (Fabbri Editore, 2007). Attualmente Randa, oltre ad essere iscritta alla facoltà di Scienze Internzaionali presso l’Università degli Studi di Milano, collabora con diverse testate, tra cui Yalla Italia, inserto del settimanale Vita.
Sei nata in Italia da genitori egiziani, qual è il tuo rapporto con l’Egitto?
Definirei il mio rapporto con l’Egitto come conflittuale, perché ogni estate, quando trascorro le vacanze ad Alessandria, mi ritrovo a dover fare i conti con il divario culturale e religioso che esiste rispetto all’Italia, e con tutta una serie di tradizioni difficili da capire se non si è vissuti lì. Mi indigno molto per la corruzione, la mancanza di democrazia, la poca cura e il poco amor patrio che hanno portato così in basso la società e la politica egiziane. Ma proprio il fatto che mi indigni così tanto probabilmente dimostra quanto in realtà sia forte il mio legame con questo paese, e soprattutto con la lingua, due elementi importanti per mantenere dei contatti profondi con le mie radici e per non rinunciare alla mia “multiculturalità”.
E il tuo rapporto con l’Italia?
Sicuramente meno conflittuale, perché lo sento come “il mio Paese”, perciò sono più disposta a perdonare molte cose. E’ comunque molto polemico, fatto di alternanza fra sprazzi di amore incondizionato e momenti di forte ostilità: non sopporto la superficialità e l’inadeguatezza nel rapporto e nel confronto con le altre culture, la xenofobia crescente, la politica, la televisione… Ma tutto ciò non pregiudica l’amore per quella che considero la mia patria, lo considero un paese meraviglioso e pieno di grandi qualità.
Hai pubblicato il tuo primo libro a 15 anni. Come è nata questa tua passione per la scrittura?
Sono sempre stata una lettrice vorace; leggevo di tutto e a prescindere dal genere o dall’età consigliata. La passione per la lettura si è poi tramutata in una gran voglia di scrivere, e così ho cominciato a scrivere diari, racconti brevi, poesie… Sentivo il bisogno di descrivere ogni cosa mi succedesse e ogni pensiero avessi in mente, anche se si trattava di cose frivole o di paranoie adolescenziali. Ho iniziato anche a partecipare a molti concorsi. A uno di questi, la giuria era composta, tra gli altri, di una editor della Fabbri che mi ha proposto di trarre un libro dal mio racconto. Da sola non avrei mai pensato di poter essere in grado di terminare un romanzo, ma quando mi è stata fatta questa proposta non ho esitato, perché essere una scrittrice mi è sempre parso un sogno irrealizzabile e ambiziosissimo.
Perché hai scelto di trattare, nel tuo primo libro, un argomento “caldo” come quello della Palestina?
Ne sapevo poco a quindici anni, anche se mio padre me ne parlava moltissimo: la causa palestinese nel mondo arabo è quasi una questione ereditaria, viene trasmessa da padre in figlio ed è impossibile restarne indifferenti. Poi, durante la prima Intifada ho visto in tivù le immagini di Mohamed al-Dorra, il quindicenne palestinese ucciso dai soldati israeliani mentre riparava dietro il padre. Le immagini erano così scioccanti e cruente che mi hanno spinta a scrivere un racconto sui Territori occupati e sui giovani che vivono dalla nascita nei campi profughi (il racconto che poi mandai al concorso che ho menzionato sopra). Da quel momento ho cominciato a documentarmi e ad informarmi sulla storia del conflitto e delle guerre arabo-israeliane. Mi sembrava una tragedia ignorata dai più, soprattutto dagli italiani, ed ero così arrabbiata e scioccata che sentivo di dover denunciare la mia indignazione attraverso la scrittura.
Che rapporto hai con la lingua araba e con il dialetto egiziano? Hai mai pensato di pubblicare un tuo libro anche in Egitto?
Il mio primo libro è stato tradotto in Egitto, ma scrivere un libro in arabo sarebbe troppo difficile per me. Come ben saprete c’è una gran differenza tra l’arabo classico (che conosco poco) e l’arabo colloquiale, in particolare l’egiziano, che invece parlo e leggo senza problemi e che serve per comunicare nelle situazioni informali. In ogni caso, voglio studiare l’arabo classico perché la lingua è un legame fondamentale con la mia cultura di origine. Oltretutto l’arabo è una lingua ricchissima e molto poetica, molto spesso ha delle espressioni che è difficile tradurre o rendere in un’altra lingua.
Dato che ci tieni a sottolineare la tua identità musulmana, qual è, a tuo parere, il ruolo delle donne che appartengono alle “seconde generazioni” cresciute in paesi “non musulmani”? Quale contributo possono apportare sia alle società dei paesi di origine che quelle in cui vivono?
Le donne hanno in sè una dinamicità e una capacità di adattamento insuperabili, se guardo alla stessa esperienza dei miei genitori è evidente come mia madre abbia affrontato la migrazione in un paese non musulmano con molta più flessibilità, trovando il modo di mediare tra la difesa della propria identità e i compromessi indispensabili per poter integrarsi e crescere dei figli trapiantati in una società completamente diversa da quella in cui è cresciuta lei. Penso che le donne nel mondo musulmano abbiano anche un’urgenza maggiore di stimolare dei cambiamenti perché spesso sono le più maltrattate e vessate dal fondamentalismo e dal radicalismo religioso. In particolare le donne di seconda generazione sono dei ponti fondamentali, devono essere capaci di trovare dei compromessi e di aiutare gli occidentali a comprendere meglio l’islam al di là degli stereotipi, dimostrando – ad esempio – che una donna col velo non è necessariamente sottomessa e che esistono scelte di vita diverse da quelle delle donne occidentali, senza essere per questo meno legittime. Mentre nei paesi di origine devono votarsi all’attivismo, cercando una via d’accesso alla politica, al volontariato, alla formazione dei giovani. E’ un ruolo complicato ma esistono già molti movimenti femministi che si danno da fare sebbene vengano poco sostenuti e pubblicizzati.
All’interno del tuo libro “Oggi forse non ammazzo nessuno” commenti alcuni passi del bestseller di Oriana Fallaci “La rabbia e l’orgoglio”. E’ corretto considerare questo commento come una denuncia di un modo di pensare discriminante in Italia?
Non si tratta solo della denuncia di quella tendenza, divdntata negli ultimi tempi fin troppo diffusa in Italia, che si manifesta con l’approccio aggressivo, eurocentrico e spesso xenofobo nel confronto con il diverso, ma è anche l’espressione di una grande delusione e frustrazione nei confronti di una giornalista da me molto stimata e apprezzata nel passato. Le sue ultime posizioni non cancellano la sua carriera inaudita: per me è stata un modello, l’esempio di una donna che ha fatto la reporter e la scrittrice nel modo in cui vorrei farlo io, con passione e coraggio, e anche con molta coerenza. Sentirsi tradita ed attaccata da un modello è destabilizzante. Per me lo è stato e volevo far comprendere ai lettori il “trauma” che ha mi provocato leggere parole così violente e ingiuste.
Tu ti sei mai sentita vittima di questo modo di pensare?
Personalmente no, ma per ogni ragazza col velo discriminata a un colloquio di lavoro, per ogni Abdul Guiebre, per ogni senzatetto indiano bruciato da ragazzini incoscienti, per ogni ragazzo di colore pestato da poliziotti privi di moralità, mi sento vittima. Il linguaggio violento e discriminatorio usato da certi nostri politici, che disumanizza gli stranieri, è una delle cause più striscianti e per questo insopportabili della violenza e dell’odio verso non solo gli arabi o i musulmani, ma verso tutti i nuovi italiani.
Cosa pensi delle dichiarazioni di apertura verso i paesi musulmani fatte da un presidente americano che si chiama Barack Hussein Obama?
Io credo che le parole vadano comprovate dai fatti. Apprezzo i segnali di apertura, sono un grande passo in avanti rispetto all’ignoranza e alla superficialità dell’amministrazione precedente, ma occorre che siano reali e sinceri. Anche Clinton diceva grandi cose ma ha fatto parecchi errori. La posizione di Obama sulla questione palestinese, ad esempio, non mi sembra molto innovativa e sensibile nei confronti del popolo palestinese. Preferisco aspettare prima di esprimere un giudizio; è troppo presto per trarre delle conclusioni.
Io scrivo sempre, però a volte disperdo le mie energie in vari modi e non canalizzo la mia ispirazione verso un progetto compiuto. Ho delle idee ma preferisco non parlarne finché non ho dei risultati concreti in mano. Diciamo che mi sto un po’ dividendo tra le mie ambizioni giornalistiche e la voglia di scrivere un altro romanzo.
