Di Gabriele Simongini da Il Tempo del 25 luglio 2015
La «Casa delle Espressioni Culturali dell’Islam» è approdata a Roma, con un messaggio di bellezza, armonia e dialogo fra culture diverse. Trecentosessanta preziosi oggetti ed opere della collezione dello Sceicco Nasser Sabah al-Ahmad al-Sabah e della moglie, la Sceicca Hussah Sabah al-Salim al-Sabah danno vita alla grande mostra «Arte della Civiltà Islamica.
La Collezione al-Sabah, Kuwait» aperta da oggi al pubblico nelle Scuderie del Quirinale. Un evento tanto più significativo perché giunge a distanza di appena un mese dagli attentati dell’Isis in Kuwait a cui in qualche modo ora si risponde con l’educazione alla bellezza e con il meglio della civiltà islamica. Come ha detto il curatore della mostra, Giovanni Curatola, «si è cercato di mostrare un panorama quanto più possibile rappresentativo dell’espressione artistica islamica, trovando un equilibrio fra aree geografiche diverse (dalla Spagna alla Cina), fra periodi storici differenti (dall’VIII al XIX secolo) e fra materiali molto disparati, dalle ceramiche ai vetri e ai tappeti, dalle miniature ai legni e ai metalli». La straordinaria collezione è stata costituita pazientemente nell’arco di quarant’anni, quando ancora in pochi si interessavano all’arte islamica. Nel luglio del 1975 Sheikh Nasser mostrò a sua moglie la prima opera d’arte islamica della futura raccolta, una bottiglia in vetro smaltato d’epoca mamelucca (XIV secolo) comprata durante un viaggio. Da qui ebbe inizio un’avventura entusiasmante ed appena otto anni dopo erano state raccolte ventimila opere che il 23 febbraio 1983, in occasione della festa nazionale del Kuwait, furono offerte in prestito permanente al Museo nazionale. Come in tutte le storie più avvincenti, la luce venne improvvisamente offuscata dall’ombra della violenza: il 2 agosto del 1990 il Kuwait venne invaso dall’Iraq. Le opere della collezione furono razziate e se ne salvarono un centinaio raccolte per la mostra itinerante «Arte Islamica e Mecenatismo» che nel suo tour internazionale raggiunse anche Firenze nel 1994. Per fortuna quasi tutte le opere furono poi recuperate a Baghdad e sono tornate in Kuwait, per illuminare una delle più prestigiose raccolte di arte islamica esistenti al mondo. Il «Dar al-Athar al-Islamiyyah», ossia la «Casa delle Espressioni Culturali dell’ Islam», guidato da Sheikha Hussah, è più di un museo, essendo divenuto un centro polifunzionale dinamico ed efficiente volto al dialogo fra culture diverse. La mostra alle Scuderie segue un andamento cronologico al piano terra mentre mette a fuoco alcuni approfondimenti al primo piano, con opere di notevole splendore. In pratica si arriva ai tre grandi imperi cinquecenteschi, autentici giganti politici e culturali: l’impero Mediterraneo dei Turchi Ottomani, quello iranico dei Safavidi di confessione sciita e la corte indiana dei Moghul. Si è accolti subito, all’ingresso, da un pezzo strabiliante, un enorme tappeto iranico del XVIII secolo strutturato come un giardino, in un rigore geometrico dalla carica ipnotica. E poi, in ordine sparso, spiccano una porta lignea intarsiata del XVI secolo proveniente dall’Iran, dei magnifici pezzi del gioco degli scacchi in cristallo di rocca, un tappeto «a cespugli» del XVII secolo (India settentrionale) con una straordinaria varietà di piante fiorite. Le caratteristiche uniche dell’arte islamica sono le protagoniste della seconda parte della mostra: la calligrafia elegante e gestuale, la dotta esplorazione delle grandi possibilità matematico-geometriche, le innumerevoli variazioni sull’arabesco, che mettono in luce il fine ultimo di quest’arte geometrica volta all’infinito come specchio del trascendente. Lo si vede bene nelle tante, rilucenti decorazioni col motivo di stelle a sei punte ripetibile appunto all’infinito. Bellissima, fra tanti capolavori, la lastra di marmo per una cascata d’acqua scolpita con motivi a conchigliette (India settentrionale, XVII secolo). Fondamentale anche la sezione dedicata alla rappresentazione della figura umana nell’arte islamica perché, come ha detto Giovanni Curatola, «il Corano non proibisce le immagini e in questa arte non esiste alcuna iconoclastia». La mostra si chiude con lo sfarzo prodigioso delle opere di oreficeria, principalmente indiane, tanto che si resta senza fiato di fronte alle custodie di pugnali intarsiate di pietre preziose o davanti a gioielli mirabili con scintillanti diamanti e smeraldi.
