di Chiara Maria Lévêque
I libri sull’occupazione della Palestina sono abitualmente una lettura difficile, a volte così carichi di rabbia e di dolore che si viene sopraffatti. Suad Amiry ci promette un libro diverso, capace di indignare ma con leggerezza, un libro bizzarro fin dal titolo: “Sharon e mia suocera”.
Raro riuscire a raccontare la tragedia di un popolo facendo ridere il lettore. Suad è riuscita in un piccolo miracolo: ha trasformato il dramma del popolo palestinese in una commedia tragicomica dove guerra e quotidianità si mischiano in un susseguirsi di eventi surreali.
Una ingombrante suocera novantunenne scandisce la vita di Suad imponendole, tra spari e coprifuoco, orari e abitudini di una vita normale e mettendo a dura prova il suo sistema nervoso.
La quotidianità di un popolo segregato è narrata attraverso uno humor così sferzante che la tragedia finisce per connotarsi di una sfumatura agrodolce: così per suo padre il fatto di non essere potuto entrare nella casa di Jaffa, occupata dagli israeliani, per poter recuperare la foto di sua madre, diviene una vera fortuna: “Non essere ammesso nella nostra casa di Jaffa mi ha salvato dalla reazione di vostra madre”, poco propensa ad avere nuovamente la foto della suocera in camera.
E, per il piccolo Omar, l’essere stato rimbrottato per aver disturbato la siesta pomeridiana dell’autrice con i ritmici colpi su un barattolo di latta diviene l’occasione per prendere dimestichezza con le contraddizioni della vita: ‘Zia Suad, perché battere colpi di notte va bene?’ chiede attonito a mezzanotte, di fronte agli adulti che, decidendo di dare vita ad una azione di disobbedienza civile, sbattono le pentole come forsennati.
La vita sotto assedio è complicata e quando Suad si ritrova a trasportare in tutta fretta in ospedale un uomo israeliano soccorso per strada in preda ad un attacco di cuore, non può che immaginarsi con angoscia l’interrogatorio al quale verrebbe sottoposta qualora l’uomo morisse nella sua macchina: “la polizia israeliana potrà mai credere che stessi semplicemente dandogli una mano?” La hawiyyeh (carta d’identità) è l’altro filo conduttore della narrazione: ordinaria amministrazione per molti, un vero calvario per altri. Niente carta d’identità, niente possibilità di vivere con la propria famiglia e di spostarsi liberamente. Suad ci presenta con disarmante onestà la lotta interiore tra la purezza dell’ideale e il desiderio di scendere a compromessi pur di poter dare una pennellata di normalità a una vita tanto incerta, stringendo finalmente tra le mani l’agognato pezzo di carta.
Ma ciò che colpisce più di ogni altra cosa è la genialità che consente a questa donna di sfidare l’esercito israeliano con la forza della disperazione e di compiere azioni tanto insensate (e al contempo così innocue!) da riuscire ad ottenere ciò che vuole divertendosi, divertendo il lettore e divertendo talvolta persino i militari israeliani! Impossibile per il soldato del check point non lasciarla passare, scoppiando in una fragorosa e bonaria risata, quando Suad dichiara di essere l’“autista di questo Cane di Gerusalemme” a cui il veterinario ha effettivamente fornito quella carta d’identità a lei negata per anni.
Eppure, in fondo, l’amaro in bocca lo lascia anche questo libro. Ce lo riporta l’immagine dell’anziano contadino Abu Muhammad che si accinge per la terza volta a ripiantare ulivi, palme e fichi sradicati per lasciare spazio al muro, consapevole che non vivrà abbastanza per poterne raccogliere i frutti; ce lo rimandano i racconti del giovane Rami, reclutato per fare la spia ai danni dei suoi ignari compagni di classe e ce lo ricorda anche lo zoo di Kalkilya, dove le scimmie mangiano i deliziosi cachi che i palestinesi non possono più vendere al di là del muro e dove l’unico essere vivente ad avere il privilegio di vedere al di là della linea di cemento è la giraffa dal collo lungo.
Come Suad sia riuscita a conseguire un Dottorato di ricerca a Edimburgo in questa a dir poco sfavorevole situazione è un altro motivo di stupore. Forse il modo per manifestare efficacemente il proprio dissenso è proprio quello di sussurrarlo.
