di Chiara Maria Lévêque.
Il film francese “Quasi Amici” è diventato fin da subito un successo mondiale. Visto da milioni di telespettatori, racconta la vera storia dell’improbabile amicizia tra un milionario tetraplegico e un delinquentello di periferia, assunto come badante. Nel film questo ruolo spetta a un giovane di colore ma nella realtà, a diventare l’inseparabile badante di Philippe Pozzo di Borgo, è il giovane algerino Abdel Sellou, autore di questa autobiografia scritta, come raramente accade, dopo l’uscita del film: “Tanto vale dirlo subito: non assomiglio molto al personaggio del film. Io sono basso, arabo, non molto tenero”.
Abdel narra la storia della sua vita con sconcertanti cinismo e simpatia. Cresciuto nelle banlieue di Parigi, il giovane algerino non perde occasione per farsi braccare dagli sbirri, considerando la capitale francese uno “straordinario parco dei divertimenti in cui ogni cosa era lecita”, un “gigantesco negozio in cui qualsiasi tentazione era gratuita”.
Il primo ricordo di Abdel è l’arrivo a Parigi, a casa degli zii Belkacem e Amina i quali, senza figli, accolgono secondo la tradizione magrebina i nipoti per crescerli al posto dei genitori. Non è un trauma per lui e suo fratello, si usa così. Piuttosto a porli di fronte a degli interrogativi è la questione della nazionalità: “Ma noi adesso cosa siamo, zio? Dov’è casa nostra?” – “Siete due pulcini algerini in una fattoria francese!”.
Gli zii si dimostrano inadatti al ruolo di genitori e Abdel abbraccia ben presto la strada della delinquenza, iniziando dai banchi di scuola dove deruba e tiranneggia i compagni, per intraprendere poi un percorso di illegalità che lo condurrà dritto in galera. Ma neppure questa esperienza scalfirà la sua corazza: ciò che conta è solo la certezza che in cella avrà da bere e da mangiare, oltre che un letto dove riposarsi per riprendere, una volta fuori, le attività criminali.
Una volta uscito dal carcere il sistema francese offre ad Abdel la possibilità di vivacchiare alle sue spalle, cambiando un lavoretto dopo l’altro e godendo per tre anni delle indennità di disoccupazione. Fino a quando non risponderà all’annuncio di lavoro di Philippe Pozzo di Borgo.
Presentatosi con il solo intento di farsi rispedire indietro e poter così continuare a percepire l’indennizzo statale, Abdel resta intrappolato nella tela ordita dall’ aristocratico tetraplegico, che gli offre di poter vivere in uno degli appartamenti della sua residenza. Ma non è solo la prospettiva della ricchezza a trattenere Abdel. C’è dell’altro: “Solo quest’uomo non trema. Non ha più niente da perdere. Può ancora comprarsi quel che vuole, questo è ovvio, fuorché l’essenziale: la libertà. Eppure sorride. Sento affiorare in me qualcosa di strano. Qualcosa di nuovo. Qualcosa che mi trattiene. Che mi blocca qui. Che mi zittisce. Sono sbigottito, ecco”.
L’opulenza della famiglia Pozzo di Borgo nasconde un mondo di sofferenza: Philippe è rimasto tetraplegico in seguito a un incidente in parapendio, mentre la moglie Béatrice è in fin di vita a causa di una malattia. I figli sono ancora piccoli. Abdel non riesce più ad odiare come prima gli abitanti di quel mondo dorato: capisce che i soldi non proteggono dal dolore e le sue convinzioni vacillano.
La convivenza tra i due diventa un toccasana per entrambi: grazie all’incoscienza e alla dissennatezza di Abdel, Philippe riscopre la voglia di vivere e Abdel per la prima volta in vita sua prova rispetto e ammirazione per un’altra persona.
In dieci anni, Philippe riesce là dove insegnanti, poliziotti e giudici hanno fallito: insegna ad Abdel l’ordine e la morale. E il rapporto di lavoro si trasforma ben presto in un amicizia sincera, l’unica che Abdel abbia mai avuto.
La vita premierà entrambi offrendo loro, sotto il sole del Marocco, un nuovo inizio accanto alle belle Amal e a Khadija.
È un libro da leggere. Frizzante e scoppiettante, è in grado di far riflettere profondamente sulla società di oggi e sulle dinamiche di integrazione: “Mi fa orrore la mania dei francesi di analizzare tutto, di perdonare tutto, perfino l’imperdonabile, con il pretesto di una cultura diversa, della mancanza di istruzione, di un’infanzia infelice. Io non ho avuto un’infanzia infelice, tutt’altro! Sono cresciuto come un leone nella savana. Io ero il re”.
Abdel Sellou
Mi hai cambiato la vita
Adriano Salani Editore 2012
