a cura di Margherita Di Vilio
Romanziere, poeta e traduttore, Younis Tawfik è nato nel 1957 a Mosul, l’antica Ninive. All’età di 22 anni si è trasferito in Italia, dove ha conseguito la laurea in Lettere all’Università di Torino. Tawfik è presidente del Centro culturale Dar al-Hikma a Torino, membro della Consulta islamica e docente di lingua araba all’Università di Genova. Dirige anche la collana Abadir: culture dell’Africa e del Medio Oriente per le edizioni Ananke. Si contano al suo attivo numerose pubblicazioni: Il profugo (Bompiani 2006), Islam. Dai califfi all’integralismo, (Ananke 2004), L’Iraq di Saddam (Bompiani 2003), La città di Iram (Bompiani 2002), La straniera (Bompiani 2001), Nelle mani la luna (Ananke 2001) La pietra nera. Introduzione alla civiltà islamica (Ananke 2001), Apparizione della dama babilonese (Angolo Manzoni 1994). In questo momento sta lavorando a un nuovo romanzo, La sposa ripudiata.
Cosa ha spinto il giovane Younis Tawfik a lasciare l’Iraq per venire proprio in Italia?
Dante, anche se può sembrar strano. Mi ha fatto appassionare un insegnante del liceo, che talvolta ci presentava alcuni brani tradotti in arabo dalla letteratura francese e italiana. Era un iracheno cattolico, che amava la letteratura al punto da divenire per noi ragazzi un ponte tra le due culture. Amava Dante e lo commentava con trasporto, tanto da alimentare tutte le mie curiosità di giovane appassionato di poesia, fino al punto che, un giorno, gli domandai se esistesse una traduzione integrale della Divina Commedia in lingua araba. La lessi con avidità, cogliendo e apprezzando i tanti elementi di influenza e di contatto con la cultura e con la letteratura araba; ben presto mi resi conto però che la traduzione non rendeva affatto giustizia alla maestosità dell’opera. Sorse naturale in me il desiderio di imparare la lingua italiana per tentare di colmare queste lacune. Partii per l’Italia, appena finiti gli studi, per imparare la lingua italiana e per studiare letteratura comparata.
È arrivato in Italia nel 1979, un anno che consacra l’ascesa al potere di Saddam Hussein. Che legame è possibile tracciare fra gli avvenimenti politici nel suo paese in quegli anni e la decisione di emigrare?
Ammetto di aver usato lo studio come pretesto per uscire dal paese, senza prescindere dal fatto che, come spiegavo prima, desideravo veramente trasferirmi in Italia e poter imparare la lingua di Dante e leggere in lingua originale la Divina Commedia. Ma in quegli anni si respirava in Iraq un’atmosfera pesante, strana.
“Il mio paese è uno di quei martoriati stati del Vicino Oriente creati a tavolino per non essere mai tranquilli. Non c’è giorno che non ci sia una notizia scritta con il sangue. Abbiamo imparato da secoli a convivere con la sofferenza. Sappiamo domare la malinconia e adattarla al nostro carattere. Siamo un popolo inquieto e ribelle. Portiamo il deserto nella memoria per ricordare la corsa interminabile verso la sopravvivenza”. (La straniera, ed. 2007, p. 103)
L’ascesa di Saddam Hussein al potere fu battezzata nel sangue, mentre il Paese si dirigeva verso un futuro estremamente incerto. Avvertii che se prima si respirava una leggera brezza di libertà, con l’arrivo di Saddam il 14 luglio 1979 alla guida del partito Baath e del Paese, ogni raggio di sole sarebbe svanito, oscurando ogni speranza. Fui costretto ad affrettare la mia partenza, il 13 agosto 1979.
“Già da bambini, eravamo pronti a respingere l’aggressore per proteggere la patria e l’amato presidente. Infatti era lui quello da proteggere, e non la patria. Vivere e morire soltanto per lui. È onnipresente in televisione, sui giornali, sui muri, nelle scuole, negli uffici, nei locali e nelle strade”. (La straniera, ed. 2007, p. 103)
In che modo ritiene che il fatto di essere cresciuto in un Iraq multiculturale e multireligioso abbia contribuito alla sua formazione e influenzi ancora oggi il suo essere uomo e poeta?
Il mio paese è come il seno di mia madre: mi ha dato la vita, e da esso ho attinto valori e affetti, cultura e insegnamenti. Questa prima formazione è l’essenza di un uomo, è la base per poter comprendere la vita e per poter iniziare a percorrere il cammino della conoscenza. Questa esperienza all’uomo ha dato la forza di vivere e di amare la vita, di crescere e di costruirsi; al poeta ha ispirato i versi, e ha donato la fantasia e il talento per disegnare con le parole l’amore per la bellezza; al musulmano ha tracciato il percorso spirituale, ha illuminato la mente e colmato il cuore d’amore e di rispetto per l’Altro. Con questi tre aspetti che fanno tutti parte di me stesso vivo oggi in Occidente, ricercando continuamente l’armonia della convivenza pacifica,e una integrazione che mi dia la possibilità di conservare la mia identità d’origine e di accettare quella di acquisizione.
Com’è stato l’impatto con la città di Torino e con i torinesi?
Difficile. Arrivai di Ferragosto, e davanti a me trovai una città vuota, abbandonata. Stavo per tornare indietro. Avevo scelto Torino perché c’era un mio parente che vi si era trasferito, e siccome non sapevo dove andare in un paese straniero e sconosciuto, decisi di dirigermi verso nord. Ci vollero circa tre anni prima di riuscire ad instaurare amicizie e a farmi accettare. Presto, però mi innamorai della città, delle sue luce, dei suoi palazzi, delle colline e dei monti, e persino della sua malinconia.
“Sono gli alberi e i palazzi riflessi sul vetro dell’automobile che mi rubano lo sguardo verso l’alto, verso il cielo grigio e carico di nuvole che grava sulla città. Le cose perdono le loro dimensioni e i colori si squagliano nell’umidità cupa. Tutto diventa monocromo come una pellicola in bianco e nero. Le strade scivolano, per effetto del ghiaccio mattutino, verso l’orizzonte illuminato ancora dai lampioni e dalle insegne. Il tempo si disfa sotto le gocce d’acqua che scorrono sul cristallo e sulla lamiera della vettura. Gli edifici dell’Ottocento sembrano più antichi sotto un fosco velo di fumo umido. L’effetto opprimente dell’atmosfera trasforma volti e caratteri. In una mente abituata alla luminosità si confonde facilmente il mattino con il tramonto. (…) Il freddo, che penetra nelle ossa come spine, gela anche il cuore e la memoria”. (La straniera, ed. 2007, p 99)
Come potrebbe descrivere il suo rapporto con Mosul, città natale dalla quale ha deciso di allontanarsi, e il suo rapporto con Torino, la città che ha scelto come sua?
Mosul è sempre con me, la porto nel cuore. È la città che mi ha visto nascere e crescere, che mi ha visto muovere i primi passi sulla sua tiepida sabbia. In essa ho vissuto il mio primo amore, le mie amicizie, i miei ricordi. È la prima metà della mia vita, Torino è tutto il resto.
“Torino è ‘la mia città’ perché non potrei definirla diversamente. Si diventa una sola cosa con la terra, gli alberi, i palazzi e con la gente, quando si vive a lungo in un posto. Con tutta la mia solitudine e le difficoltà che ho incontrato per integrarmi, posso dire che l’ho conquistata e trovo che faccia parte di me, della mia storia personale. L’amo come la mia città natale e, a volte, mi sembra di vivere in due posti. Una parte di me è rimasta nella mia città d’origine, l’altra è rimasta qui”. (La straniera, ed. 2007, p 127)
Oggi vivo in una città che mi spira e arricchisce quotidianamente la mia fantasia, e contemporaneamente in un’altra, che mi riempie la memoria e rimanda l’eco del mio passato, della mia infanzia.
Avendo questo doppio e forte legame, con l’Iraq e con l’Italia, come potrebbe descrivere il suo rapporto con la lingua madre, l’arabo e la lingua acquisita, l’italiano?
Il mio rapporto con le due lingue è emblematico del mio vivere costantemente sospeso tra due culture, due mondi, due diversi modi di essere. Sono arabo, musulmano, e cittadino italiano. L’arabo è la lingua della mia infanzia, della mia formazione, è la mia identità, le mie origini. L’italiano invece è la lingua che io ho scelto e amato fino a decidere di usarla per scrivere, cioè per creare. Penso e scrivo indifferentemente in arabo e in italiano. E convivo meravigliosamente con questi due ‘amori’, con questa mia dualità.
