di Chiara Maria Lévêque
“Mai tanto difficile e faticoso nel mio lavoro di traduttrice come in questo caso. (…) Sono entrate in gioco la lingua di provenienza, quella di arrivo e il differente linguaggio dei due corrispondenti: un uomo e una donna, immersi in un’esperienza di dialogo pressoché unica tra un miliardo e mezzo di persone che abitano il mondo arabo-musulmano”.
Potrebbero bastare le parole della traduttrice del volume Antonella Perlino per recensire “Lettere da Casablanca”, l’opera nata dallo scambio epistolare tra due giganti del Marocco: l’attivista ed etno-psichiatra candidata al Nobel per la Pace Rita El Khayat e Abdelkébir Khatibi, intellettuale e filosofo di fama internazionale. Si tratta di uno scambio filosofico e linguistico di altissimo livello e a volte di difficile comprensione. Gli autori giocano con la penna e con l’intelletto, stimolando vicendevolmente acute riflessioni sul senso della vita e sulle rispettive opere letterarie.
Le lettere racchiudono l’arco temporale che va dal 1995 al 1999, inciampando nei principali avvenimenti del periodo e venendo sconvolte dalla prematura morte della piccola Aïni, figlia di Rita, che cambierà completamente il fluire della corrispondenza, caricandola di un dolore sordo e acuto che difficilmente lascerà spazio ad altro.
Si può considerare un esempio di Aimance, parola della poesia cortese, dimenticata e poi rinata grazie ad Abdelkébir, che la definisce “lingua d’amore che afferma una affinità più attiva tra gli esseri e che può dare forma al loro affetto reciproco e ai suoi paradossi”.
A tratti faticoso, il libro porta alla luce alcuni passaggi degni di nota, dall’analisi della rinuncia alla magia di essere amati da tutti “meraviglioso stato edenico del bambino”,al dovere del cervello di non ricordare tutto, difendendosi così dal rischio di morire di troppa memoria.
Lo scambio epistolare corre lungo varie città: da Casablanca a Parigi, da Rabat a New York, passando per Strasburgo. Si concentra inizialmente sull’analisi di alcune parole come al Mawwadae i suoi significati d’amore, sulla scrittura a mano quale traccia del proprio essere, fino alla lettera del 27 febbraio 1997, nella quale Rita comunica all’amico la morte della figlia.
“Ho bisogno di scriverti, e non so perché, improvvisamente e tanto. Se n’è andata, sublime creatura. E io sono Quasimodo con la gobba spezzata, con la voce rotta, con le mani ossute, un mostro che sopravvive all’orrore.
Smorto è il tempo.
Smunta è la Terra”.
Da questo momento si assisterà alla discesa nelle tenebre di Rita, di fronte alla quale Abdelkébir appare quasi disarmato e in fuga.
Lo scambio epistolare si ricostruisce su un nuovo equilibrio, dove il filosofo continuerà a far partecipe l’amica delle sue attività, “sto realizzando un vecchio progetto che covavo dentro da anni, quello di far lavorare dei calligrafi arabi, cinesi e giapponesi nello stesso spazio, in una mostra in cui dialogano le civiltà del segno”, ricevendone in cambio parole di sferzante dolore: “la tua ultima lettera mi ha dato molto fastidio, poiché era piena di azioni e di progetti: io non sono che siderazione, arresto, rifiuto, stato che si vorrebbe di contemplazione, di meditazione”.
Rita ha uno sguardo che non riesce più a sollevare da terra, eppure lenta si intravvede la guarigione dell’anima nelle ultime lettere che chiudono il ciclo e che affrontano per alcuni tratti temi politici.
Il libro termina con una domanda aperta: perché gli esseri umani soffrono tanto? Al lettore la risposta. E se qualcuno arrivando in fondo avesse la sensazione di averci capito poco, non se ne faccia un cruccio: come scrive Rita “corriamo il rischio che la nostra corrispondenza sia incomprensibile per tutti tranne che per noi: che privilegio!”
Rita El Khayat – AbdelkébirKhatibi
Lettere da Casablanca
Lantana 2005
