Nato in Algeria nel 1967, Karim Metref ha lavorato come insegnante nel suo Paese per circa dieci anni dopo aver completato gli studi in Scienze dell’educazione, oltre ad essersi impegnato attivamente per il riconoscimento dei diritti culturali dei berberi e per l’accesso ai diritti democratici in Algeria. Scrittore e giornalista, collabora con alcuni periodici, tra cui Internazionale, e ha pubblicato diversi libri tra i quali Tagliato per l’esilio (Mangrovie, 2006) e Caravan to Baghdad (Traccediverse, 2007). Si è trasferito in Italia nel 1998 dove, dopo varie specializzazioni, lavora come formatore.
Sono arrivato in realtà nel momento in cui il conflitto in Algeria stava calando di intensità. Gli anni più terribili furono quelli tra il 1993 e il 1996; Tre anni d’inferno che, paradossalmente, in Cabilia sono stati anche momenti di grandi lotte pacifiche, cosa probabilmente sconosciuta ai più perché pare che solo la violenza faccia notizia, soprattutto squando si tratta di raccontare il sud del mondo. In Cabilia si sono svolte battaglie importanti tra l’esercito e il Gia (Gruppi islamici armati, ndr), ma entrambi erano estranei al territorio: le montagne cabile si sono sempre opposte ai poteri centrali delle pianure, sin dall’epoca dei fenici, come per altro nel resto del Nordafrica dove le montagne e i deserti sono stati rifugio dei berberi che hanno sempre cercato di salvaguardare il proprio modello di società, refrattario a ogni forma di Stato centralizzato. Basti ricordare le ultime forme di resistenza contro gli imperi coloniali: Omar El-Mokhtar e i montanari di Djebel Nefoussa in Libia, gli Chaouia e i Cabili nel nord dell’Algeria, i Tuareg, i Rifi di Abdelkrim Al-Khatibi, solo per citarne alcune. Questo spirito di ribellione, quando nel 1988 il potere algerino ha cercato di frenare i movimenti democratici, ha permesso alla Cabilia di non cadere in trappola, come invece fecero le altre regioni nelle quali l’integralismo ha incarnato da solo l’opposizione all’arroganza e alla corruzione del potere.
In Cabilia ha svolto un ruolo importante anche il Movimento culturale berbero, ci vuoi raccontare di che si tratta?
Negli anni Novanta, mentre il Gia si era rifugiato nelle folte foreste cabile approfittando della neutralità della popolazione locale, i movimenti per il riconoscimento della cultura e lingua berbera erano in fase di attività intensa. In quegli anni abbiamo raggiunto importanti obiettivi: il Movimento culturale berbero (Mcb) è riuscito a lanciare, nel 1995, un boicottaggio totale della scuola e dell’università algerina per un anno intero. Un milione di bambini e ragazzi non misero piede a scuola per un anno fino a quando il governo non accettò di introdurre la lingua berbera a scuola. Ma dopo, a causa di basse manovre, di ambizioni personali e delle rivalità tra politici, il movimento ha conosciuto anche amare sconfitte, proprio nel momento in cui sembrava imbattibile. Sono state più quelle sconfitte a mandarmi via. Molto più della guerra che era ormai vicina alla fine.
Inevitabilmente la scelta di partire comporta l’abbandono della propria casa, dei propri affetti, della propria comunità, per un altro luogo dove si è invece stranieri. Tu hai pubblicato un libro che si intitola: Tagliato per l’esilio, ce ne puoi brevemente parlare?
È una raccolta di racconti. I primi li ho scritti in Cabilia, nella mia lingua madre poi li ho tradotti in italiano. Altri, invece, li ho scritti direttamente in italiano. Il filo conduttore dei racconti e della riflessione iniziale sulla mia vita, che dà il titolo alla raccolta, è il tema dell’esilio, della ghorba, come si dice da noi. Ma è una ghorba intesa come non sentirsi nel posto giusto, cosa che avviene anche stando nella propria casa, nella terra dei propri avi. La riflessione comincia con queste parole: “Sono nato in esilio sulla terra dei miei avi (…)”.
Come vivi tu la condizione di ghorba?
Lo stato di esilio, la nostalgia che si sente quando si vive lontani dalla propria terra, ci è imposto culturalmente e socialmente. Se abiti lontano da casa, allora tutti pensano, vogliono che tu abbia nostalgia. E va a finire spesso che la senti davvero quelli nostalgia. Invece l’esilio vero, quello spontaneo, quello non indotto da pressioni culturali o sociali, l’esilio autentico, uno lo può sentire anche stando nella propria casa tra i propri cari. È esule sempre chi è povero e senza risorse, è esule sempre chi non ha famiglia, gruppo di riferimento, clan, amici. È esule chi è nato diverso, chi sceglie di diventare diverso. Ma soprattutto è esule sempre e ovunque chi sceglie di pensare e di vivere liberamente e di non sottomettersi mai: lo zingaro di nascita, o per scelta. Il libro è dedicato a mio nonno, un uomo libero nella testa. Mio nonno mi ha insegnato a pensare con la mia testa e a non conformarmi… mai! Mi ha insegnato anche a dire quello che penso. È a lui che devo questa pesante eredità: quella di essere esule ovunque. Ma esule per scelta.
Conosci e parli correntemente molte lingue. Che rapporto hai con esse?
Parlo e scrivo più o meno correttamente cinque lingue (masiro – o berbero -, arabo, francese, italiano, inglese). Capisco e parlo più o meno bene una grande quantità di dialetti berberi e arabi, dal masiro di Agadir fino all’arabo di Baghdad. Con le lingue, tutte, ho un rapporto passionale. Mi piacciono da morire. Sento una tristezza infinita quando vado in qualche luogo e scopro che i giovani non parlano più la lingua dei loro genitori. La morte di una lingua per me è come la scomparsa di un mondo. Io sono cresciuto fin da piccolo in mezzo a varie lingue: il masiro nella sua variante cabila, l’arabo di Algeri e il francese. Il fatto di aver lottato tutta la vita per il riconoscimento e la salvaguardia della mia lingua madre mi ha dato questo rapporto molto particolare con le lingue. Le vedo come degli esseri viventi, come dei mondi colorati, ognuno con la sua bellezza.Cerco sempre di scrivere un po’ nella mia lingua per non dimenticare, scrivo molto in italiano perché vivo in Italia e ormai mi è entrata nella pelle, ma a richiesta scrivo anche in francese (che è in realtà la lingua che padroneggio di più, essendo quella in cui ho fatto tutti i miei studi). Solitamente non faccio doppi passaggi, cerco sempre di scrivere nella lingua in cui verrà pubblicato il pezzo. Ultimamente mi è capitato uno strano episodio: mi è stata chiesta una ricerca da Barcellona, l’anno scorso, e il lavoro nella sua versione finale sarebbe stato tradotto in catalano. Non potendo scriverlo nella lingua finale di pubblicazione, l’ho naturalmente scritto in italiano.
Quanto è importante per te la tua identità berbera? Qual’è la situazione dei berberi in Algeria oggi?
Per fortuna – o sfortuna – da qualche parte bisogna nascere. Io sono nato in Cabilia. Una terra generosa e austera, dura e dolce, in mezzo ad un popolo pieno di difetti, ma anche di qualità uniche al mondo. Le generazioni di mio padre e di mio nonno sono state costrette, dalla scuola francese prima e poi dal nazionalismo arabo, a vergognarsi di appartenere a questo popolo che non ha mai fondato imperi, costruito castelli, cattedrali, moschee, fortezze. Niente. La mia generazione, invece, ha riscoperto l’orgoglio di essere ciò che siamo. Fino agli anni Settanta, ad Algeri, due persone che parlavano in cabilo lo facevano a bassa voce, quasi di nascosto, quasi scusandosi di esser là, di esistere, di non essere conformi al modello di appartenenza alla grande e gloriosa chimera della Umma.
E poi cosa è successo?
Dalla fine degli anni Settanta comincia il movimento culturale berbero e la nostra generazione rialza la testa. Io sono cresciuto in quel clima. Lo scontro è stato prima a casa, con mio padre, militante del Fln (Fronte di liberazione nazionale, ndr) che si è messo a gridare un giorno davanti a me: noi siamo arabi, arabi, arabi! Ma alla mia richiesta di ripeterlo nuovamente, in arabo, si calmò. Non sapeva la lingua dei suoi antenati “ufficiali”. Questo periodo ci è servito molto. Il movimento culturale berbero è stato una scuola di pensiero democratico e di libertà prima di tutto, perseguiva la via della non violenza e dell’apertura all’altro, senza rivendicare l’essere migliori o peggiori di nessuno. Lo scrittore Mouloud Mammeri, padre spirituale del movimento, diceva: “Solo conoscendo bene se stessi, ci si può aprire al mondo senza paura”. E avvertiva del pericolo dei ghetti auto imposti: “che un ghetto ti dia sicurezza è possibile , ma che ti renda sterile, questo è sicuro“. Oggi quel movimento è scomparso, i suoi attivisti sono ormai divisi e la scena politica e culturale algerina e nordafricana è devastata. La questione berbera non è più così importante per le nuove generazioni. La maggioranza se ne è disinteressata e alcune minoranze stanno seguendo derive settarie e razziste. Io, oggi, sono lontano da tutto ciò. Porto ancora il mio ciondolo berbero sul petto, ma sotto la maglietta, non lo esibisco più come un trofeo. Fa parte della mia storia, del mio percorso. Io oggi sento di appartenere un po’ al mio viaggio, alle mie esperienze di vita.
Karim tu hai lavorato e lavori a contatto con gli immigrati e con italiani. Ci puoi fornire un commento “da educatore” sulla tematica dell’interculturalità in Italia oggi?
Come educatore ho lavorato per anni sull’intercultura nelle scuole. Per anni l’interculturale è stato considerato la priorità per aiutare alla convivenza di bambini e giovani di provenienze diverse. Mentre fuori i media non smettevano un momento di soffiare sul fuoco. Oggi con l’esperienza, penso che abbiamo perso tempo, risorse e energia per niente, e il lavoro è stato spesso svolto male. È diventato un business e tutti si sono buttati a scrivere progetti interculturali. Cuscus e danza africana per tutti. In realtà penso che avremmo dovuto lavorare di più sul mondo, sui suoi cambiamenti, sulle paure e sulle emozioni e la loro gestione; lavorare sul futuro, imparare insieme che di futuri ce ne sono tanti, che non c’è soltanto quello deciso da un manipolo di finanzieri. Avremmo dovuto imparare a leggere meglio il pianeta e i suoi cambiamenti, a ripercorrere la storia in modo diverso per meglio capire quello che ci aspetta. E questo avremmo dovuto farlo con tutti. Perché la paura è ciò che ci accomuna di più in questo momento. La paura, e la solitudine.
A proposito di immigrazione: com’è nata l’idea del sito letterranza.org?
Letterranza è nato da un colpo di testa. Un giorno stavo cercando delle informazioni per scrivere un articolo sugli autori immigrati. Mi sono accorto che spesso le informazioni sono difficili da rintracciare, per varie ragioni. La notte stessa mi misi a disegnare una mappa di un sito che sarebbe orientato verso l’accessibilità delle informazioni che riguardano gli scrittori immigrati. In seguito a un accordo con Piemondo.Onlus, di cui faccio parte, comprammo il dominio e io misi le prime bozze del sito online. Letterranza parla di autori immigrati e della loro produzione. Non usiamo le espressioni scrittura o letteratura migrante, non crediamo nell’esistenza di tale letteratura. L’unica cosa che accomuna questi autori è l’esperienza migratoria dal proprio paese verso l’Italia e la scelta di scrivere in italiano. Non c’è né uno stile comune, né una tematica prevalente, né una corrente di pensiero, né nemmeno un genere letterario in comune. Niente che determini un movimento o una scuola letteraria. Perché ritieni sia importante far conoscere la letteratura creata dagli immigrati che si esprimono e scrivono in lingua italiana? L’obbiettivo di promuovere tali autori è quello di dare visibilità ad una figura di immigrati che consideriamo positiva e utile a stabilire un dialogo: la figura dell’immigrato scrittore è quella di una persona che si apre verso l’altro, vuole comunicare, vuole raccontarsi, vuole dialogare, ma nello stesso tempo non è sottomessa, non si lascia descrivere dagli altri, non cerca di nascondere i problemi ma li pone al centro del tavolo. Oggi in Italia contiamo circa un centinaio di autori con più o meno successo, poi ci sono molti altri che partecipano ai concorsi, scrivono sulle riviste e sui giornali, pubblicano in antologie o su siti internet e blog. La materia non manca, anche dal punto di vista qualitativo. La maggior parte pubblica ancora per piccolissime case editrici, ma cominciano a esserci anche bestseller e opere pluri premiate. È questo mondo nuovo e colorato che il sito letterranza, con un paio di volontari e mezzi limitatissimi cerca di raccontare.
Nel 2004 sei stato a Baghdad per curare il progetto di una scuola per bambini di strada. Ci puoi raccontare di questa tua esperienza?
La mia breve esperienza a Baghdad è stata veramente un punto di svolta nella mia vita. Professionalmente mi sono confrontato con la realizzazione di un progetto educativo e sociale in tutte le sue fasi: creazione, ricerca e formazione del personale, avvio dell’attività, creazione di una equipe di lavoro, ripristino dei meccanismi di condivisione e gestione collettiva. Dal punto di vista personale, l’impatto con Baghdad, con la sua gente, le sue problematiche, le sue bellezze e le sue piaghe, con la vita in un quartiere povero e marginale, il vedere da dentro l’umanità di un luogo che tutti a Baghdad considerano disumano, i bambini di strada… tutto ciò mi ha sconvolto profondamente. Ho vissuto in quella che era fino a poco fa considerata la Mecca del nazionalismo arabo, proprio io che ho sempre lottato contro questo tipo di ideali. L’incontro con il “nemico”, conoscere dei baathisti sconfitti ma rimasti a testa alta, conoscere degli islamici dal volto umano, tutto ciò è stato veramente un’esperienza molto intensa. Oggi, anche se ho vissuto soltanto sei mesi a Baghdad, sento tanta nostalgia. Ci andrei subito se fosse possibile. Ma so anche quella Baghdad della quale ho visto e vissuto gli ultimi mesi, non c’è e non ci sarà più. Oggi è una città spaccata nel suo profondo, i quartieri sono divisi per gruppi culturali, le minoranze più esigue sono scappate o vivono nascoste. Sarà difficile ricominciare a vivere tutti insieme. Paradossalmente solo un quartiere ha ancora tenuto la sua multietnicità e i suoi equilibri: il malfamato quartiere di Al-Battawin. Ancora oggi ci vivono fianco a fianco: curdi e arabi, cristiani e musulmani, sciiti e sunniti, yazidi, sabei e ghajar (i rom mediorientali, ndr). E dopo quasi due anni di chiusura gli operatori mi hanno scritto che sono riusciti a riaprire il centro dei bambini. Non vedo l’ora di poter andarli a trovare. Sono loro, in fin dei conti, l’immagine più cara che mi è rimasta di Baghdad e della sua gente.
