a cura di Margherita Di Vilio
Vivere l’Islam in condizione di minoranza. Il caso della prima generazione degli immigrati musulmani arabi in Italia. Ha iniziato a lavorare come giornalista per la radio nazionale algerina a Canale 1 nel 1994, e in Italia ha lavorato come giornalista professionista per l’agenzia di stampa Adnkronos International; Nel 1999 ha pubblicato il suo primo romanzo: Le cimici e il pirata, scritto sia arabo che in italiano (Arlem editore, Roma). Il suo secondo romanzo è stato pubblicato in arabo in Algeria prima (2003) e poi in Libano, con il titolo Come farti allattare dalla lupa senza che ti morda. Lo stesso romanzo è stato poi ri-scritto in italiano e pubblicato da E/O nel 2006 con il titolo Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio; dopo aver riscosso un grande successo sia di critica che di pubblico, ora è giunto alla decima edizione. Amara Lakhous è anche direttore della casa editrice Sharq/Ghab, la prima in Italia a pubblicare romanzi in arabo.
Dopo la laurea hai lasciato il tuo Paese per venire in Italia. Quali motivazioni sono alla base di questa scelta, che aspettative avevi, e perché hai scelto proprio l’Italia?
La scelta è purtroppo molto facile da spiegare e da comprendere, se si considera che l’Algeria degli anni ’90 era un po’ come l’Iraq di oggi, anche se non suscitava altrettanta attenzione da parte dei media. In quegli anni si è svolta una guerra civile atroce, uscivamo di casa la mattina senza sapere se vi avremmo fatto ritorno la sera. Io lavoravo alla radio, e come tanti amici scrittori e giornalisti ho ricevuto minacce di morte, e ho deciso che non volevo farmi ammazzare. Questo mi ha spinto a partire. Per quanto riguarda la scelta dell’Italia, invece, è stato un po’ il destino: ho avuto l’occasione di venire qui grazie ad un amico antropologo, che mi ha mandato un invito per partecipare ad un seminario all’università. In verità, all’inizio avevo solo il desiderio di scappare, non avevo altre aspettative. Solo una volta arrivato qui ho iniziato a pensare al futuro, anziché al passato. E poi sono stato fortunato: avevo 25 anni, l’età giusta per chiudere un capitolo della mia vita ed aprirne un altro.
Perché hai deciso di specializzarti in antropologia? A cosa è dovuto il tuo interesse per questa materia?
Questo interesse è da ricondurre al desiderio di conoscere e comprendere la realtà che mi circonda: già da adolescente il mio più grande sogno era quello di diventare scrittore. Per me, per diventare scrittore, bisogna conoscere la realtà: devi sapere di cosa parli, se vuoi raccontarlo. Per questo motivo ho studiato filosofia prima, e poi ho sentito il bisogno di concentrarmi sull’uomo approfondendo lo studio dell’antropologia.
Come è nata l’idea del libro Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio? Quanto gli episodi narrati si possono considerare legati alla tua esperienza biografica, alla tua vita in questa Piazza?
Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio nasce sicuramente da un’esperienza personale: ho vissuto in questo quartiere per sei anni, e mi considero molto fortunato perché credo di aver vissuto nell’Italia del futuro. Quando ho deciso di andare via, di lasciare la Piazza, ero consapevole di aver vissuto un’esperienza speciale, e ho deciso che dovevo parlarne in un libro. Gli episodi che racconto sono parte eventi che ho vissuto: bisogna tener conto che, oltre a vivere in un luogo che è conosciuto per la sua natura multiculturale, per due anni ho lavorato in un centro di accoglienza per immigrati e rifugiati, vivendo con loro. Le tematiche affrontate dal romanzo, le situazioni che si creano quando si incontrano, scontrano, convivono e comunicano persone provenienti da luoghi diversi, sono sempre più vissute anche in altre città italiane non solo a Roma o a Milano, e questo motiva anche, in parte, il successo del libro.
Parli perfettamente l’italiano, al punto che chi ti ascolta non ha l’impressione che tu sia straniero. Che rapporto hai con questa lingua?
L’italiano è una lingua che amo molto. Sono molto riconoscente all’Italia: in Algeria rischiavo di morire e qui ho trovato un paese che mi ha accolto; anzi, mi sento di dire che sono stato accolto prima dalla lingua italiana, e solo in un secondo momento dal Paese. Io mi sento veramente in debito con l’Italia. Scegliere di scrivere in questa lingua è solo un modo per riconoscere il mio debito, e spero che possa essere anche un mezzo per cercare di condividere, con gli italiani, un futuro. Questa è la mia speranza. E comunque da due settimane sono cittadino italiano
Qual è invece il ruolo della lingua, anzi della pluralità di lingue, dialetti e registri che permeano il tuo Scontro di civiltà?< Il linguaggio è fondamentale nella creazione letteraria, e la pluralità di lingue è parte fondamentale della mia vita: sono nato in una famiglia berbera e in casa mia parlavo cabilo, per la strada dialetto algerino e a scuola arabo classico. Con i miei cugini, che passavano con noi i mesi estivi, ma per il resto dell’anno vivevano in Francia, parlavo francese. Appena arrivato in Italia mi sono immerso nello studio dell’italiano. Quando ho iniziato a scrivere ho capito che una lingua sola non mi sarebbe bastata. Io sono immigrato in Italia, e la mia scrittura è una migrazione linguistica; penso che proprio qui stia il potenziale straordinario di quella che è denominata ‘letteratura migrante’: cercare di creare ponti che siano allo stesso tempo linguistici e culturali. Io provo ad arabizzare l’italiano ed italianizzare l’arabo, cercando di fecondare vicendevolmente le due lingue.
Tu hai lavorato molto con gli immigrati, come mediatore e come antropologo. Cosa pensi del fatto che l’Italia consideri la loro presenza un problema di sicurezza essendo la gestione della ‘questione immigrazione’ affidata al ministero dell’Interno?
Considerare l’immigrazione soltanto come un problema di ordine pubblico è sbagliato, perché è comunque una grande occasione di miglioramento economico, culturale, sociale. Dovrebbe essere considerata una possibilità e non una minaccia. Mentre negli ultimi anni si tende a cavalcare l’onda della paura, che è certamente una percezione che provano tutti gli esseri umani. Peccato che sia molto difficile, e soprattutto poco efficace, basare una politica sulle percezioni, su di una condizione esistenziale. Io credo che la politica debba intervenire sulla realtà, non sulla psicologia. La legge attuale sull’immigrazione, la Bossi-Fini, certamente non aiuta l’integrazione ma si potrebbe dire che favorisce la disintegrazione, rendendo l’immigrato sempre vulnerabile e ricattabile. Speriamo che le cose cambino, anzi, cerchiamo di fare del nostro meglio perché possano cambiare.
Qual è il tuo rapporto oggi con l’Algeria?
È un rapporto difficile. Avere l’Italia, un posto mio dove ho ricostruito la mia vita, mi aiuta molto a riconciliarmi con l’Algeria, che mi ha cacciato. Mi aiuta a placare un poco la rabbia che mi porto dentro. Rabbia perché è un Paese straordinario, pieno di risorse naturali, umane, ridotto ad essere un Paese povero. Leggevo nei giorni scorsi una lettera, scritta da un ragazzo, su un giornale algerino che diceva: “Viviamo in un Paese ricco, ma di gente povera”. Questo è il dramma di un Paese tormentato soprattutto dalla piaga della dilagante corruzione. Io cerco di tornarci due volte all’anno, e spero di scrivere presto sull’Algeria che considero un grande laboratorio.
Un’ultima domanda, che rivolgo all’Amara Lakhous-direttore editoriale (della casa editrice Sharq/Gharb, ndr): puoi consigliarci qualche lettura?
Consiglio il romanzo Chicago di al-Aswani, pubblicato da Feltrinelli: l’autore continua la ricerca già intrapresa con Palazzo Yacoubian, ed è molto interessante. Poi sicuramente, per chi non lo conosce, Mohammed Dib, il padre della letteratura algerina scomparso due anni fa. È un autore da leggere assolutamente, un grande scrittore.
