a cura di Anna Ettore
Nata nel 1979 a Becharre, il paese natale di Gibran, Laure Keyrouz vive e lavora a Venezia dal 2005 dove frequenta l’Accademia di Belle Arti grazie a una borsa di studio. Le sue ricerche si concentrano sul paesaggio selvaggio delle grotte antiche della Valle di Qadisha, in Libano. Attraverso performance e installazioni rielabora così forte richiamo della natura mistica orientale. Lì ha vissuto la dimensione dell’allontanamento dal mondo praticando l’arte nelle sue forme di pittura e poesia.
Laure, come è il tuo rapporto con l’Italia e quali differenze trovi tra il vivere qui e la vita in Libano?
L’Italia è stato il Paese che mi ha dato la possibilità di lasciare il mio Libano per la prima volta. È il posto in cui conto di realizzare i miei sogni relativi all’arte e alla poesia. Ho notato una grande differenza nel passare da un villaggio o da una città come Beirut all’Italia, prima a Udine e in seguito a Venezia. Vivere in Libano è infatti diverso. A Becharre la vita scorre nella semplicità, in sintonia con la natura, dentro un concetto di tradizioni familiari che hanno ancora una grande importanza: si vive insomma come in un ciclo spirituale, non materiale. In Italia c’è una diversa maniera di vivere, le persone sono più isolate, più stressate dal lavoro. La mia vita in Italia è comunque iniziata nell’ambiente universitario, con gli amici conosciuti tramite l’Erasmus e delle mostre di pittura. Successivamente, vivendo e studiando arte all’Accademia di Venezia ho scoperto un nuovo mondo di arte contemporanea, un vasto contesto di artisti alla Biennale.
Crescere a Becharre mi ha fatto aprire subito gli occhi sui suoi dipinti: una delle prime gite con i miei vicini, da piccola, fu al museo di Gibran. Non capendo bene i suoi dipinti, la prima impressione è stata come di uno choc, nel vedere delle figure nude in un villaggio conservatore come il mio. La lettura delle sue opere mi ha influenzato tantissimo, soprattutto il modo di descrivere la sua personale rivolta contro le tradizioni, mentre sentivo anch’io di potere cambiare le tradizioni, attraverso la scrittura e la pittura. Avevo paura di scrivere come lui, perché era l’unico pittore-scrittore che conoscevo. E cominciava ad essere il mio ideale quando ho visto come aveva provato a migliorare la società. Mi affascinava il modo in cui dipingeva la valle nonostante si fosse allontanato da Becharre all’età di 12 anni e come questo rimaneva nella sua memoria, quasi facendoglielo identificare con la natura stessa. Quindi ho provato a guardare con ammirazione il mio villaggio, come faceva Gibran, che era per lui il paradiso da cui era stato allontanato per emigrare.
E’ un’eredità di filosofia, pittura e scrittura. È questo orgoglio in cui sono cresciuta, sapendo che cosa ha portato in America senza aver studiato in grandi università e sapendo che i suoi libri sono diventati famosi in tutto il mondo. Ha fatto esplodere tutte le mie capacità di scrivere e di vedere il mondo con un’altra visione, con un occhio trasparente sulla natura in cui vivevo, racchiusa tra le montagne. Tutto quello che facevo, anche scrivere, l’ho fatto senza sapere che un giorno anch’io avrei viaggiato lontano, in Italia, e avrei volato lontano da questa valle.
Di sicuro Gibran mi ha influenzato anche nella parte metafisica quando ho imparato a scrivere e ho cominciato a comporre poesie. Scrivevo in un linguaggio pieno di metafore spirituali, tanto che io stessa mi sorprendevo di cosa scrivevo, finché sono riuscita a capire veramente, nelle lettere arabe, tutto il mondo cosmico spirituale di Gibran, specialmente ne “Il profeta” e in seguito ne “Il giardino del profeta”. Mi ricordo che quando scrivevo poesie i miei amici mi chiamavano Gebrané, il suo nome al femminile. Lo spirito rivoluzionario, la profondità, l’unità delle religioni, le descrizione che portano in un sogno infinito, l’unità tra la natura, la divinità e l’uomo… Tutto quello che ha scritto, sorge dalla mia anima come se volessi scriverlo anch’io.
Definisco la mia arte come “Arte selvatica del paesaggio”, indicando la mia aspirazione al ritorno a luoghi abbandonati nella natura, alle grotte mistiche per ricostruire una comunicazione con la storia del posto. Un’arte che ha bisogno di ritirarsi dentro di se; è un frammento di tempo che fissa il luogo in un battito del cuore. Un’arte “cullata” da poesie selvatiche, che risveglia l’ardore. Un’arte che è un ciclo continuo di ricerca e scoperte infinite, che non ha limite, come fiumi di mondi diversi che possono unirsi.
L’arte contemporanea oggi riunisce tutti i tipi di arte, comprese poesia e pittura. Ho oltrepassato la tela simbolica dipinta davanti alla valle, sulla frontiera. Sempre stupita dalla natura di Becharre, provavo a catturare in tempo breve quello che esprimeva senza distinguere più il metodo di realizzazione, fosse parola, pittura, installazione o video. L’arte per me è una fusione di parole non scrivibili, di immagini che non hanno fine. Tutto si incontra lì, senza vivere un conflitto su quale sia la maniera in cui ci si esprime o domandarsi se si fa un dipinto piuttosto che una poesia. Sono solo metodi di espressione senza nessun priorità . Alla fine ho vissuto come si può all’interno dell’arte visiva, mettendo una poesia, che magari può trasformarsi in una performance, o una installazione meccanica che può esprimere un idea divina… Di sicuro c’è sempre la sfida di fare entrare la letteratura nell’arte e nello stesso tempo di allontanarsi dall’euforia.
Soprattutto la lingua è ciò che mi fa sentire araba dentro la mia cultura. La capacità di scrivere poesie in arabo mi fa sentire più legata alla mia terra e alla storia, pensando alle grotte di Qadisha, centro della cultura maronita, e ai posti mistici dentro la Valle Santa dedicati alla ricerca dal silenzio. Mi sento libano-fenice, viaggiatrice del mondo, con tutta l’apertura del Libano verso l’Occidente e le culture francese, inglese, italiana…
Scrivere poesie e romanzi in arabo è stata una fase importante per lo studio della letteratura araba. Per me scrivere poesia contemporanea, anche oggi, è sempre una salvezza dall’esilio. Come dice Adonis “la poesia è un fusione di lingua e visione”. La poesia contemporanea araba è una presenza interiore, è un movimento rivoluzionario. Il poeta è il profeta della sua epoca, la poesia è l’uomo, è una somma di domande. Grandi poeti arabi come Youssef al-Khal, Adonis e altri mi hanno influenzato tantissimo; hanno riconsegnato la poesia al suo realismo. E allora la sfida in Italia è continuare a scrivere in arabo anche se non c’è un pubblico che conosce la lingua e la letteratura araba. Anche per il pubblico italiano io scrivo le mie poesie in arabo: da lì sono nate le mie performance plurilingue dove si legge al mare o agli alberi nelle diverse lingue madri. Io incoraggio chi comincia a studiare la lingua araba perché si può impossessare di una ricchezza straordinaria della cultura .
L’arte per me rispecchia l’ispirazione che ho acquisito dal mio villaggio, l’arte mi ha creato, l’arte mi ha mandato lontano. L’arte con i suoi linguaggi universali riesce a costruire questo ponte tra Oriente e Occidente, usando la comunicazione per mezzo di tutte le forme di espressione visiva. Uso specialmente materiale per lavori di video art preso direttamente dalla realtà, dalla valle, o eseguo performance che dimostrano che non c’è separazione tra due posti geograficamente separati, ma c’è sempre questo ponte comune. Il Libano è una terra meravigliosa e molto fertile per la nascita di un’arte spirituale, e questa spiritualità può essere comune a diverse culture.
Alla base dei progetti a cui sto lavorando vi è un viaggio di ritorno alla Valle Santa, in Libano. Quando vi sono tornata l’anno scorso era una splendida primavera, piena di magia, con i fiumi che esplodono allo sciogliersi della neve, e sfociano cascate dentro la valle, creando una cammino in un’altro mondo, in un’ altra dimensione. Le mie riflessioni attuali derivano da poesie e pensieri ispirati dalla natura, raccolti in appunti poetici e con alcune opere estemporanee relizzate nella Valle di Qadisha. Dopo questa riflessione sull’arte e il paesaggio selvatico con installazioni e performances nelle grotte mistiche di Becharre, sto realizzando il nucleo di un piccolo centro d’arte contemporanea favorendo degli incontri presso gli atelier della fondazione Bevilacqua La Masa, in un sistema di interculturalità, con incontri e discussioni all’interno di questo spazio con persone legate al mondo artistico: poeti, filosofi, scrittori, danzatori. Sto creando un laboratorio di arte contemporanea per bambini e sto preparando dei libri di poesia e altri lavori di video art, installazioni e performance trasformando così lo studio in un microsmo che può contenere una ricerca su cosa è davvero oggi la visione dell’arte contemporanea. Dal 3 al 10 giugno ci sarà la settimana degli “Open Studios” della Fondazione e a novembre parteciperò all’esposizione finale presso il Docva di Milano.
Per ammirare i lavori di Laure Keyrouz visitare il sito www.laurekeyrouzarts.com
