a cura di Margherita Di Vilio
Lo Hakawati Muin Masriè nato a Nablus, in Cisgiordania, nel 1962. Nel 1985 si è trovato in Italia, se ne è perdutamente innamorato e non l’ha più abbandonata. Ora si occupa principalmente di informatica, ma appena può si mette a scrivere romanzi, racconti, pensieri. Lo fa per sé, per i suoi figli, per noi. Lo fa per ricordare e per lasciare una traccia. Lo fa per cercare di spiegarsi e di spiegare la realtà in cui è vissuto, nella quale tuttora vive la sua famiglia in Palestina, ma anche la realtà che vive e osserva tutti i giorni in provincia di Torino. E lo fa con l’abilità di uno hakawati (cantastorie, ndr) che, intrecciando il passato con il presente, la realtà con la finzione, riesce a far dimenticare l’amarezza della vita nel breve spazio di una risata.
Muin, quali sono le circostanze che, nel tuo percorso di vita, ti hanno portata qui in Italia?
Il caso o, come si dice dalle mie parti, il destino. Non mi sono mai chiesto: “Cosa ci faccio qui?”. Sono domande complesse per le quali non è sempre salutare cercare delle risposte. E poi è cosi bello sentirsi perduti. In realtà, ho sempre pensato di essere di passaggio, può darsi che abbia semplicemente allungato il mio soggiorno temporaneo. A quell’epoca, il mio obbiettivo era poter andare via, il dove non mi importava anche se, giovane come ero, sognavo l’America. E poi, tra un amore e l’altro, tra un figlio e l’altro, tra una tavola imbandita e una chiacchiera con i nuovi amici, mi sono scordato della mia tabella di marcia. Nel frattempo, però, ho fatto nuovi sogni.
Che cosa hai provato inizialmente?
Era tutto nuovo, tutto diverso, tutto incomprensibile. Soffrivo di vertigini come se fossi stato ubriaco. Infatti, lo stato di ebbrezza si è trasformato pian piano in gioia libera. Insomma, mi sentivo come se fossi ritornato bambino. L’unica cosa che mi mancava era il cortile di casa mia dove tutto era così semplice e chiaro. Gli italiani – lo dico sinceramente, al di là dei luoghi comuni – mi hanno aiutato a superare ogni difficoltà e inconveniente.
E com’è il tuo rapporto con la Palestina?
È un rapporto di amore e bugie; tutti gli anni dico e prometto ai miei familiari di tornarci, ma poi recito la parte dell’impegnato e rimando… e loro mi credono. E’ dal ’92 che non ci torno, dal mio viaggio di nozze. Ricordo che dovevano essere 13 giorni di feste e bagordi, invece mi è toccato trascorrerli tutti, dalle 7 alle 17, presso la caserma militare israeliana perché all’aeroporto mi avevano ritirato il passaporto. La mia sposa italiana era talmente disperata che un giorno decise di accompagnarmi, nonostante il mio rifiuto e la mia testardaggine: voleva chiedere di persona al capitano il perché di quella ingiustizia. Lui non si scompose nemmeno. Anzi le disse: “Signora, lei può andare dove e come vuole, lui prima o poi la raggiungerà”. Ma poi, come sempre, almeno nella mia vita, le donne risolvono tutto. Infatti, da chissà quale porta della caserma israeliana uscì una giovane soldatessa che, non appena vide la sposa piangere, corse ad abbracciarla e chiederle il perché di tanta disperazione. Si saranno scambiate cinque o sei frasi in inglese, e la soldatessa, dopo essersi consultata brevemente, ma con veemenza, con il capitano, ritornò con il mio passaporto in mano. “Andate e divertitevi”, disse. Mi piacerebbe tornare ogni anno, come i veri immigrati, ma nessuno mi può garantire di avere la fortuna di incontrare ancora la bella soldatessa, perciò rinvio sempre…
Vivere lontano ti consente di avere un diverso punto di vista sulla situazione palestinese, rispetto a quando vivevi a Nablus?
Allontanarsi da un quadro aiuta sempre a vedere l’opera nel suo complesso, apre la mente su tanti punti di vista, anche banali, che prima erano inimmaginabili. Il problema viene in un secondo momento, perché è impossibile far ritorno al punto di partenza esatto. Bisognerebbe rifare il paesaggio.
Tu vivi e lavori in Italia da tanti anni, scrivi e pubblichi libri in italiano. Ci puoi descrivere in poche parole il tuo rapporto con il “Bel Paese”?
Mi sono innamorato follemente di questa terra. Lo so, è un amore impossibile. L’Italia è un po’ come una donna bellissima che si dà a tutti, ma non concede l’esclusiva a nessuno. E io sono felicemente spacciato. Anche se ogni tanto, come tutti gli amanti gelosi, non sopporto che qualcuno la tratti male.
In diverse occasioni hai manifestato il tuo disappunto nei confronti della cattiva informazione che descrive in modo superficiale e stereotipato il conflitto israelo-palestinese…
Dove c’è un conflitto, una guerra, i fronti di combattimento sono due: quello militare e quello dell’informazione; Tipicamente, il secondo serve a giustificare il primo agli occhi dell’opinione pubblica. E noi palestinesi siamo stati da sempre un disastro a livello di informazione: pensavamo che bastasse aver ragione e dire la verità per vincere il torto subito e, invece, siamo finiti come Sansone nel tempio, ingannati. Di malavoglia abbiamo accettato tutto in questo conflitto del destino, ma bisogna sempre distinguere il nostro diritto al rifiuto dell’occupazione israeliana e il diritto degli ebrei ad avere una loro storia. Anzi, loro sono la prefazione e il primo capitolo di questa narrazione, un vero musulmano lo sa e non potrà mai essere antisemita fino in fondo, in fin dei conti siamo cugini e Abramo è il nostro unico nonno. Mi rendo conto che fa comodo ad alcuni occidentali, spaventati a morte dai propri errori, trovare un colpevole al di fuori di loro stessi per i massacri compiuti nei confronti del popolo ebraico. Non è stato onesto però l’essere generosi con la roba degli altri: sarebbe stato più corretto e più sincero promettere loro una qualsiasi capitale europea, come risarcimento morale, invece che la Palestina.
Ci puoi consigliare un libro o un film che possa dare una corretta informazione, far riflettere sulle reali condizioni di vita nei Territori palestinesi?
La fonte migliore rimane sempre la capacità critica personale. Dunque, bisogna imparare a ponderare tutte le informazioni che ci vengono trasmesse, seguendo il senso di “bene” insito nell’uomo e che consente di distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è. Mi sento di consigliare ai lettori dell’Araba Fenice il film “Private” di Saverio Costanzo. Vi ho trovato un’interpretazione che rispecchia, a mio parere, perfettamente il dramma israelo-palestinese.
Veniamo alla tua attività di scrittore: non ti piace definirti tale, e ti senti piuttosto un hakawati, un “cantastorie”…
Cosa c’è di più bello di cominciare un racconto con “C’era una volta …” ? Devo ammettere con rammarico che, con i tempi moderni, le parole hanno subito una operazione di restyling e hanno perso il loro peso, la sostanza. Quindi a noi non rimane che prenderne atto, adeguarci. Un tempo, lo scrittore trasmetteva emozioni al pubblico, interpretava la realtà, dava consigli. Un vecchio adagio africano, dice: “Un uomo che non sa dire dove la pioggia lo ha colpito non sa neppure dove il suo corpo si è asciugato”. Lo scrittore deve dire alla gente dove la pioggia lo ha colpito. Penso agli scrittori di una volta, a Diderot, Voltaire, Montesquieu, Kafka, Gibran e Pasolini. Il dono della parola, in principio, era diverso da quello che è diventato oggi. Peccato! Tra l’essere uno scrittore fallito e l’essere un cantastorie qualunque, per non vivere nel dubbio e nella vanità, il primo titolo lo concedo volentieri ad altri e preferisco di gran lunga il secondo.
L’ironia è una caratteristica del tuo “stile”. Si può dire che la capacità di suscitare un sorriso anche raccontando gli eventi più drammatici faccia parte del tuo background culturale?
A Nablus, nelle giornate di massima tensione, quando tutte le vie principali erano piene di giovani soldati, tre per fila, noi, ancora ragazzini, scommettevamo su chi fosse capace di toccare il fondo schiena di un soldato scelto a caso. Stranamente, la maggiore parte dei soldati non si mostrava infastidita, probabilmente anche loro avevano il maledetto bisogno di evadere da quell’aria pesante che si respirava quotidianamente. La guerra è anche questo, spesso è un gioco dell’ignoto, che si svolge tra innocenti. La vita nuda e cruda di per se è dura e bisogna alleggerirla per non impazzire ed evitare così di diventare più cattivi a causa di forza maggiore. Quando la gente si dimentica di sorridere per lungo tempo vuole dire che l’infelicità è dietro l’angolo. Brutta storia! Cosa c’è di più bello che strappare un sorriso al prossimo, di vedere un bambino in tutta la sua leggerezza? Il male è anche questo, è un ladro di sorrisi, e per vincerlo bisogna raccontarlo in tutti i suoi aspetti, e il “ridicolo” è una delle caratteristiche che lo distinguono dal bene. Ritengo che le uniche situazioni in cui sia obbligatorio essere seri siano: quando nasce un amore, quando ci si trova davanti a qualcuno che prega, quando si partecipa a un funerale. In questi casi il silenzio è d’obbligo per non cadere nel ridicolo. Fine della storia.
Per avere una bibliografia più dettagliata di Muin Masri e leggere alcuni suoi brani vi invitiamo a consultare il suo sito: www.muinmasri.it
