Cultura e societą
Rassegna stampa | Lawrence d'Arabia o il sogno in frantumi |
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di Francesco Medici, in Aprileonline del 26 febbraio 2010La mattina del 13 maggio 1935, lanciato a forte velocità su una stradina di campagna che collegava allora Bovington a Clouds Hill, nella contea inglese del Dorset, un certo T.E. Shaw, meccanico in congedo della R.A.F. (l'Aviazione Reale), perde il controllo della sua potente motocicletta Brough Superior SS100 (anche nota tra i collezionisti come "BOA George VII"). Sbalzato oltre il manubrio, si frattura il cranio contro le pietre della carreggiata, ed entra in coma. Una settimana dopo, il "London Times" annuncia: «Dopo una settimana di speranza e di paura, un banale incidente ha privato la Nazione di uno dei suoi personaggi di maggior valore. Lawrence d'Arabia è deceduto».
Già da qualche tempo avevano iniziato a circolare voci circa le sue presunte tendenze omosessuali e masochiste, alimentate da quello che lui stesso aveva raccontato in I sette pilastri della saggezza (intimo resoconto delle sue straordinarie gesta nel deserto, giudicato un capolavoro da scrittori del calibro di George Bernard Shaw, H.G. Wells e E.M. Forster) come «l'incidente di Deraa», dove, catturato dai turchi, sarebbe rimasto vittima di atroci sevizie e violenze sessuali («l'unica donna della sua vita fu l'Arabia» ha detto qualcuno...). Figlio illegittimo, tuttavia molto amato, del baronetto irlandese Thomas R. Chapman, sin dagli anni tormentati della giovinezza, aveva più volte cambiato identità e nome (T.E. Smith, John Hume Ross) per celare le sue origini disonorevoli prima, e per negare poi agli altri e a se stesso l'oscura fama di "Liberatore di Damasco", "Eroe di Aqaba" e ancora, per i beduini, "Principe Dinamite" e il "Distruttore" - per aver fatto saltare la ferrovia di Hejaz e per la sua energia esplosiva. Certo è che i suoi stessi connazionali hanno preferito la leggenda all'uomo, incapaci di decifrare l'enigma, il paradosso di quel pensatore gentile e riservato, appassionato archeologo, attento scrittore, impavida spia dell'Intelligence, ma anche eccentrico uomo d'azione, stratega deciso e spietato (come aveva dimostrato la spaventosa quanto inutile carneficina ai danni di una colonna turca in ritirata al villaggio siriano di Tafas). E avvolta nel mistero resta pure la sua morte. Stava davvero preparando un incontro segreto con Hitler? C'era o non c'era una misteriosa «vettura nera» sul luogo dell'incidente? Si è tolto la vita o è stato assassinato? Oppure è stato semplicemente punto da un insetto? Secondo la versione ufficiale, avrebbe frenato bruscamente per evitare due fattorini che sopraggiungevano in bicicletta...
Ad addentrarsi tra le pieghe dell'animo di quest'uomo «impenetrabile come un leone o un serpente» è Jacques Benoist-Méchin (1901-1983) - giornalista, storico, prolifico biografo, musicologo, politico francese, collaborazionista di Hitler (per questo condannato a morte nel 1947, quindi graziato e liberato pochi anni dopo) e grande intellettuale venerato da De Gaulle - in Lawrence d'Arabie ou le rêve fracassé, uscito a Losanna nel '61 e appena pubblicato in traduzione italiana con il titolo Lawrence d'Arabia o il sogno in frantumi. Non si tratta di una biografia storica stricto sensu, nonostante sia riccamente documentata, bensì di una sorta di studio psicanalitico. Al di là del mito, l'autore si concentra su un individuo d'eccezione, «questo piccolo uomo vestito di seta e a piedi nudi» in grado di modificare il corso della Storia autoproclamandosi capo, lui - fattosi arabo tra gli arabi -, di un'insurrezione nazionale. Perché Lawrence fu soprattutto l'instancabile difensore della causa araba, convinto che, superati gli odî interni tra le tribù beduine rivali, per liberare quei popoli dalla dominazione turca, fosse necessario disporre «di una forza nuova, della capacità creativa e dell'attività mentale. L'Europa poteva fornire un tale apporto? Non sembrava. Era dunque in seno alle forze locali che bisognava cercare la soluzione a questo problema». Supportato dagli hashemiti di Faysal, Lawrence fu dunque il primo a promuovere una ribellione che divampasse all'interno delle popolazioni arabe, a combattere per dare loro autonomia, un'autonomia che si traducesse in libertà e non certo in una spartizione tra le potenze europee. A differenza che per gli occidentali, per i beduini egli non fu l'uomo del mistero, ma qualcuno in cui essi riuscivano a identificarsi, un leader dalla volontà di ferro, fratello d'armi di Awda Abu Tayi, capo dei combattivi Howeytat. Tuttavia, curiosamente, essi non riuscivano a chiamarlo per nome, a pronunciare la "L" iniziale di "Lawrence", e per loro egli fu sempre "El-Orens", oppure semplicemente "Orens Iblis", ossia "Orens il Diavolo". Questi, dal canto suo, poco attratto dall'«Islam cittadino», ammirava quegli splendidi guerrieri, valorosi ma anche dotati di un'antica doppiezza, che pure egli amava e di cui aveva imparato la lingua aspra e adottato il modo di vivere essenziale.
Ma sin dall'inizio delle ostilità, il vecchio Impero ottomano cominciava a scricchiolare e le potenze europee, sedute al suo capezzale, attendevano solo di attribuirsene le spoglie. L'accordo segreto Sykes-Picot (16 maggio 1916), stipulato tra Gran Bretagna e Francia, aveva già definito le rispettive sfere d'influenza sul Medio Oriente. Lawrence non ne era al corrente, o forse finse di non sapere. Così, alla fine del primo conflitto mondiale, gli inglesi acquisirono il controllo di Giordania, Iraq e dell'area intorno ad Haifa, mentre ai francesi furono destinati il sud-est della Turchia, il nord dell'Iraq, la Siria e il Libano: «per non urtare la suscettibilità degli americani», commenta ironico Benoist-Méchin «si sarebbero trasformate, queste annessioni camuffate, in "mandati", rilasciati a nome della Società delle Nazioni». Così Lawrence è accusato di aver messo in pericolo i profitti inglesi sui giacimenti petroliferi della Mesopotamia e di aver danneggiato la politica coloniale francese. Sconfitto alla Conferenza di Parigi nel 1919 dalle intransigenti politiche diplomatiche di Inghilterra e Francia, egli sentì di aver tradito gli arabi cui aveva promesso l'indipendenza (solo nella Conferenza del Cairo del 1921, invitato come consulente dal neoministro degli esteri inglese Winston Churchill, riuscirà a strappare qualche briciola per i suoi fratelli del deserto). Così commenta Franco Cardini, anch'egli autore di uno studio su Lawrence (Sellerio, 2006), in un'intervista rilasciata a Giovanni Minoli per Rai Educational: «Gli accordi francesi sono pesati in Medio Oriente da allora a oggi. Il conto di Parigi non abbiamo ancora finito di pagarlo: era una cambiale a lunghissimo termine, un'illusione con la quale credevamo di tenere a bada il grande Mondo Arabo, che abbiamo sottovalutato. Esso usciva da un grande letargo, ma non era dormiente. Molti dei nostri problemi con il Medio Oriente vengono da Parigi».
Il visionario, l'eroe romantico Lawrence non aveva compreso l'importanza strategica del petrolio. Era inoltre convinto - da inglese per il quale la "Patria" era il contenitore di tutta la vita umana - che gli arabi potessero rimanere se stessi, "uomini di Dio e del deserto", realizzando al contempo, coerentemente e concretamente, quella grande forza motrice della Storia che, all'inizio del Novecento, era ancora l'idea di Nazione. Lawrence, contrariamente a ciò che pensano molti arabi oggi, non ha mai tradito il Mondo Arabo, ma ha senz'altro tradito la sua missione di agente dell'Intelligence britannico. Non per denaro né per brama di potere, ma perché si è perdutamente e sinceramente innamorato dell'oggetto dei suoi sogni. Nei Sette pilastri della saggezza si legge: «Non tutti gli uomini sognano allo stesso modo. Quelli che sognano di notte, nei ripostigli polverosi della loro mente, scoprono al risveglio la vanità di quelle immagini, ma quelli che sognano di giorno sono uomini pericolosi, perché possono agire il proprio sogno con gli occhi aperti, per renderli possibili».
Ma, i tradimenti nel nome dell'ideale, l'Occidente non li perdona.
Jacques Benoist-Méchin, Lawrence d'Arabia o il sogno in frantumi, traduzione di L. Gazzola, Carte Scoperte, Milano 2009, euro 18,00 |
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