Araba Fenice - Centro Studi sulle Culture del Mondo Arabo

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Un italiano a Sharjah Stampa E-mail
a cura di Manuela de Leonardis, in Exibart del 25 febbraio 2010

Cominciamo dal nome. Maraya in arabo vuole dire specchi. Un nome che lo spazio - la galleria d’arte aperta qualche anno fa all’interno di Al Qasba, destinazione turistica che include cultura e intrattenimento di vario tipo - ha mantenuto, cambiando però radicalmente struttura e obiettivi. A curare questo nuovo centro di circa 1.500 metri quadrati nel cuore di Al Qasba, nell’emirato di Sharjah che - ricordiamo - vanta due importanti luoghi espositivi pubblici come il Museo d’Arte Contemporanea e il recente Museo dell’Arte Islamica, è l’artista italiano Giuseppe Moscatello. Nel corso del 2009 Moscatello ha partecipato alla 9. Biennale di Sharjah e ha rappresentato l’Italia, insieme a Alessandro Scarabello, alla 25. Biennale d’Alessandria d’Egitto. Un ruolo nuovo, quello di curatore, vissuto dall’artista come un work in progress, in cui è fondamentale il dialogo, soprattutto con i giovani artisti e le istituzioni.
Il Maraya Art Center consta di tre nuclei autonomi, due dei quali finalizzati all’attività espositiva: la Contemporary Art Gallery, vetrina per gli artisti arabi emergenti, e la House of Arab Art, riservata alle opere di artisti arabi moderni e contemporanei provenienti dalla raccolta del giovane collezionista Sultan Soud Al Qassemi. A questi si affianca un luogo d’incontro, lo Shelter Art Community, dotato di bookshop, cinema, caffetteria, libreria.
La data d’apertura è fissata per il 28 febbraio (con una seconda apertura l’11 marzo, nell’ambito di Art Dubai) con la mostra Assembling, una collettiva di tre giovani artiste locali - Alia Lootah, Reem Lootah e Shayma Hamad Al Madfa - a confronto sul tema dell’identità nel mondo arabo.
“Ti chiederai come mai ho scelto solo artiste”, spiega il curatore. “Strano, ma tranne pochissimi uomini, negli Emirati ho sempre incontrato artiste. Del resto i lavori più interessanti, dove c’è più forza, sono proprio quelli delle donne”.

Come si sviluppa l’idea di questo spazio dedicato all’arte contemporanea, il Maraya Art Center?
L’idea è nata circa un anno e mezzo fa, quando ho iniziato a frequentare Al Qasba, che aveva già una sua galleria piuttosto conservatrice. Si facevano soprattutto mostre di arte calligrafica e pittura, sia figurativa che astratta, ma comunque tradizionale. Vista la mia esperienza di artista attivo nel panorama italiano ed europeo, il manager capo di Al Qasba - Marwan Al Serkal - mi chiese consiglio sulle nuove tendenze dell’arte contemporanea. Così è nato il progetto, che non è solo quello di una galleria d’arte, ma di un vero centro propulsivo dell’arte e della cultura contemporanea.
Ho fatto delle ricerche viaggiando tra Italia, Londra, Turchia, Kuwait, Egitto e anche negli Emirati stessi, per vedere la struttura del sistema dell’arte contemporanea. Ho raccolto una serie d’informazioni che sono alla base di questo progetto, finalizzato a contenere in un unico centro tre diverse entità: la galleria di arte contemporanea, la collezione permanente di arte araba e l’art community. The Shelter Art Community, in realtà, è un brand già esistente a Dubai.
È una sorta di “industrial house” in cui si possono svolgere workshop, seminari, concerti... Ci sono cinema, coffee shop, un ristorante e anche un “casual business center” per giovani imprenditori.
Ho trovato questo messaggio abbastanza potente, così Al Qasba ha coinvolto Shelter creando una partnership. Naturalmente, essendo in un contesto artistico, Shelter/Maraya enfatizzerà maggiormente l’aspetto di arte, cultura e design.

Parli di arte contemporanea riferendoti al mondo arabo. È prevista anche un’apertura ad artisti internazionali?
Negli Emirati, e in generale nel Golfo, si avverte l’esigenza di scoprire nuovi talenti locali. Motivo per cui il governo e le istituzioni cercano di promuovere i giovani artisti arabi e del Medio Oriente, quelli che saranno i nuovi Damien Hirst e Shirin Neshat. Come curatore, anch’io ho cominciato a muovermi all’interno delle università e delle gallerie per scoprire gli artisti più interessanti. Qui non è come in Europa, gli artisti sono più nascosti, ma ho trovato idee molto forti che vorrei portare nell’art center, tra i cui scopi c’è anche quello di occuparsi della produzione. Quando avremo una certa sicurezza a livello d’identità araba, Maraya si potrà aprire anche agli artisti internazionali.

All’ultima Biennale di Venezia debuttava il padiglione degli Emirati Arabi Uniti, mentre Abu Dhabi lanciava la Adach Platform for Visual Arts e, tra gli eventi collaterali, faceva capolino la collettiva The Edge of Arabia. Questa fase ottimistica ha subito ripercussioni con il crollo di Dubai World?
No, penso che siano due cose separate. Il crollo di Dubai è stato legato all’industria immobiliare e dell’edilizia. Crollando il pilastro principale dell’economia, inevitabilmente tutti i settori ne risentono. Ad esempio, diversi progetti culturali hanno subito ritardi. Ma questo crollo non ha realmente intaccato la cultura, tant’è vero che altri progetti sono nati durante questo stesso periodo. C’è da dire che negli Emirati, molte gallerie private commerciali si trovano a Dubai e Abu Dhabi, dove sono anche in costruzione il Guggenheim e il Performing Art Center di Zaha Hadid, mentre a Sharjah si trovano istituzioni come la Biennale di Sharjah e lo Sharjah Museums Department che conglomera diciotto musei.

Il budget, solitamente, è una nota dolente…
Maraya Art Center è un centro per metà privato - appartiene alla sceicca Boudur Al Qassemi - e per metà pubblico. Quindi può contare sia su fondi privati che governativi. Al Qasba è un’authority, quindi Maraya, che fa parte di Al Qasba, prende i soldi da questo ente. Il budget è in via di definizione e includerà il supporto di diversi sponsor con cui siamo in trattativa, alcuni dei quali vorrebbero essere attivi in veste di “partner” e “patron”.

Esiste un comitato scientifico? Quali sono i poteri e i limiti del tuo ruolo di curatore?
Ci sarà, ma al momento non è ancora stato nominato ufficialmente. Da quando è nato il progetto sono stata l’unica persona incaricata di occuparsene: dai contatti con gli artisti, le istituzioni e i progetti vari. Ora ho due collaboratori con cui porto avanti i progetti che verranno realizzati nei prossimi mesi. Per quanto riguarda la scelta degli artisti, è un compito che svolgo insieme al collezionista e ad alcuni consiglieri interni. Se parliamo di poteri del mio ruolo di curatore, sicuramente c’è quello decisionale nei confronti del lavoro degli artisti.

Accenniamo alla programmazione.
Ad aprile ci sarà una nuova collettiva di artisti dell’Emirato, che curerò insieme a Noor Al Suwaidi, giovane curatrice locale, che avrà l’obiettivo di presentare al pubblico cinque progetti inediti di altrettanti giovanissimi artisti locali. Continueremo con la promozione di artisti della regione araba per quasi un anno. In occasione della Biennale di Sharjah 2011 è in programma la mostra Edge of Arabia, presentata come dicevi all’ultima Biennale di Venezia. Seguirà un focus sull’India e, successivamente, sull’Asia Centrale. Parallelamente cureremo l’attività didattica. Sono in programma seminari, conferente e workshop per la formazione professionale del curatore, figura che al momento non è contemplata nei corsi accademici locali.

La House of Arab Art è un ampio spazio dell’art center riservato alla collezione privata di Sultan Soud Al Qassemi. Quale è il taglio della collezione?
Sultan Soud Al Qassemi ha 32 anni e appartiene alla famiglia reale dell’emirato. La sua collezione è nata dieci fa, quando acquistò un’opera di Abdul Qader Al Rais, artista molto noto negli Emirati e nella regione. Così è cominciato il suo amore per l’arte contemporanea araba. La sua collezione di 250 opere - destinata a crescere in seguito alla collaborazione con Maraya Art Center - abbraccia un periodo che va dagli anni ’50 ai nostri giorni. Il progetto è dinamico, perché se una parte dello spazio espositivo sarà destinato alla mostra permanente di pezzi storici della collezione, nell’altra ci saranno mostre temporanee di opere della stessa collezione. Tra gli obiettivi del progetto c’è anche quello di far conoscere la collezione all’estero.

In che modo Maraya Art Center si relaziona a manifestazioni come la Biennale di Sharjah e Art Dubai, che rappresentano importanti punti di riferimento per il mercato dell’arte, nonché vetrina per gli artisti arabi? Ci sono altre istituzioni pubbliche o private con cui interagite?
Il mio intento, quando ho cominciato a lavorare al progetto, era quello di entrare in contatto sia con realtà commerciali che istituzioni. Prima di tutto, naturalmente, la Biennale di Sharjah e la Sharjah Art Foundation, con cui lavoriamo in stretto contatto. A marzo sono in programma dei March Meeting, una serie di workshop e conferenze in collaborazione con la Sharjah Art Foundation. Sempre nel mese di marzo cureremo anche una mostra degli ultimi vincitori dell’Abraaj Capital Prize. Contemporaneamente parteciperemo alla Bastakiya Art Fair, una fiera parallela che ha luogo a Dubai nello stesso periodo di Art Dubai.
Siamo in contatto, soprattutto attraverso la collezione di Sultan Soud Al Qassemi, anche con istituzioni straniere tra le quali fondazioni, musei e gallerie private sia del mondo arabo che a livello internazionale. In programma anche altri progetti con importanti riviste come Bidoun, Contemporary Practices e Art Asia Pacific Magazine. Inoltre ci piacerebbe proporre progetti site specific dei giovani artisti con cui lavoriamo non solo nei paesi arabi, ma anche all’estero. In Italia penso a Volume!, Careof e 26cc, spazio romano indipendente - quest’ultimo - che ritengo particolarmente interessante.

Pensi di riuscire a conciliare gli aspetti di artista e curatore?
Sono due percorsi che viaggiano parallelamente. Come artista, a fine marzo ci sarà una mia personale da CondottoC a Roma. La Biennale d’Alessandria, a cui ho partecipato, si è appena conclusa e ho in programma una mostra in una galleria del Bahrein. Riconosco che il progetto di Maraya Art Center mi sta togliendo un po’ di energie, anche se è molto stimolante.
 
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